Archive for finanza locale

MANOVRA, SOS DA TRENTINO E SARDEGNA

Le prime proiezioni del ‘Patto di stabilità’ inserito nella manovra economica per gli anni 2013-2014 relativo alle regioni a statuto speciale destano preoccupazione nel presidente della Provincia autonoma di Trento, Lorenzo Dellai, che parla di "previsioni molto problematiche per la finanza locale". "Dalle simulazioni risulta che gli obblighi di miglioramento del saldo fra entrate e uscite per il Trentino arrivino a 228 milioni nel 2013 e a 338 milioni nel 2014, cifre impossibili da gestire rispetto al nostro bilancio"."Chiederemo al governo che, nel ridurre la spesa, si mantenga la regola precedente che ha visto nel 2011 un valore di 59 milioni e nel 2012 di 118 milioni". "Penso che potremo trovare una soluzione", conclude Dellai. Toni ancora più preoccupati dalla Sardegna. La manovra finanziaria approvata dal Governo nazionale ha un contenuto fortemente penalizzante per noi”, così il presidente Ugo Cappellacci e il vicepresidente Giorgio La Spisa commentano le disposizioni contenute nell’atto approvato dall’esecutivo nazionale. Nel modulare i sacrifici - osserva La Spisa - il Governo ha previsto che nel patto di stabilità 2013 le Regioni a Statuto Speciale debbano garantire il risparmio di 1 miliardo di euro e di due miliardi l’anno successivo. Il sacrificio richiesto alle ordinarie è invece di 800 milioni il primo anno e di 800 il secondo. Eppure il peso delle ordinarie corrisponde al 60% dei pagamenti complessivi rilevanti ai fini del patto (le Speciali concorrono per il 40%) e al 65% degli impegni (le Speciali concorrono per il 35%). A ciò si aggiunge la riduzione dei trasferimenti a favore dei Comuni e delle Province della Sardegna, così come previsto per gli enti locali delle altre Regioni. “La leale collaborazione istituzionale - osservano i due esponenti della Giunta - comporterebbe che, quando si parla di responsabilità e di sacrifici, l’una e gli altri siano equamente distribuiti. Quando questo non accade e viene ingiustamente sfavorita un’Isola come la nostra, che già ha numerosi crediti nei confronti dello Stato, sono necessarie azioni forti e determinate. Convocherò immediatamente - annuncia Cappellacci, che presiede l’organismo della Conferenza delle Regioni - il coordinamento delle Regioni a Statuto Speciale per valutare le iniziative comuni da porre in essere contro una discriminazione ingiusta e inaccettabile" (9colonne)

IL FEDERALISMO PIACE AI GIOVANI, A PATTO CHE…

Piace il federalismo ai giovani, almeno agli studenti e giovani fiorentini che hanno partecipato nelle settimane scorse a un giuria di cittadini estratta a sorte e chiamata a dare un giudizio proprio sul federalismo: un laboratorio che era parte della "Biennale della democrazia" di Torino, a cui la Toscana e Firenze hanno partecipato anche quest’anno. Grazie alla Biennale torinese, da dicembre il federalismo è diventato oggetto di larga discussione. Il federalismo che piace e vorrebbero i giovani fiorentini – 27 ragazzi e ragazze tra i 17 e i 26 anni – è un federalismo possibilmente graduale e guidato. Un federalismo fiscale spinto è uno scenario per molti interessante, spiegano i giovani, capace di innescare meccanismi virtuosi grazie al più diretto controllo dei cittadini sui propri amministratori. Ma è anche perseguibile solo nel lungo periodo. Aiuterebbe a incentivare la riduzione dell’evasione fiscale, probabilmente. Ma potrebbe anche aumentare la corruzione del personale amministrativo, obietta qualcuno più scettico. Potrebbe anche peggiorare i servizi nelle regioni più disagiate, in particolare al Sud, anziché risolverne i problemi di inefficienze ed arretratezza. Meglio allora all’inizio, propongono sempre i giovani, un federalismo guidato, che possa consentire a tutte le Regioni di trarne benefici senza il tracollo della finanza locale: con garanzie sui livelli essenziali della prestazioni non solo sulla quantità ma anche sulla qualità. E con la consapevolezza comunque che il federalismo non può risolvere, da solo, tutti i problemi dell’Italia. (9colonne)

FEDERALISMO: 6702 COMUNI CI RIMETTONO

"Il federalismo fiscale che il governo si appresta a varare rischia di mettere in difficoltà i piccoli comuni: un buon motivo per rivederne l’impianto". Lo afferma l’assessore al bilancio e ai rapporti con gli enti locali della Toscana, on. Riccardo Nencini, non appena sono usciti i primi numeri della simulazione realizzata su dati del ministero dell’economia dall’Ifel, la fondazione sulla finanza locale dell’Anci, che ha analizzato il decreto sul federalismo municipale. E’ allarme per le risorse per i piccoli comuni: tra il 2010 e il 2014, anno in cui la riforma dovrebbe entrare definitivamente in vigore, i Comuni fino a 5 mila abitanti delle Regioni a statuto ordinario (in tutto 4660, con oltre 8,5 milioni di abitanti: in Toscana ben oltre un terzo dei 287 comuni) avranno a disposizione il 17% in meno di risorse, un taglio da 69 euro per ogni abitante. "In Toscana – aggiunge l’assessore Nencini – abbiamo una legge per aiutare i piccoli comuni, già oggi in difficoltà a volte. Con questo provvedimento si ri ducono le risorse e la situazione rischia dunque di peggiorare. Anche per questo il decreto sul federalismo municipale va rivisto". Dall’analisi dall’Ifel sembra che a rimetterci saranno anche i Comuni con più di 250 mila abitanti (-5,2% tra il 2010 e il 2014) e quelli compresi tra i 60 mila e i 250 mila abitanti (-3,8%); leggero incremento invece per i Comuni tra i 5 mila e i 10 mila abitanti (+1,7%), per quelli tra 10 mila e 30 mila (+2,4%) e per quelli tra i 30 mila e i 60 mila (+0,5%). In totale, ricorda l’Ifel, sono 6702 i comuni che subiranno tagli (su un totale di 8101) con quasi 51 milioni di abitanti coinvolti. Diverso il quadro per i Comuni delle Regioni a statuto speciale del Nord, che dovrebbero avere a disposizione il 76% delle risorse in più, pari a 174 euro per abitante. (9Colonne)

FINANZA LOCALE, NEL SUD ENTRATE IN CRESCITA (COME LE SPESE)

Dal 1999 al 2007 le entrate degli enti locali al Sud sono cresciute del 25%, a fronte di un aumento del 16,9% del Centro-Nord. Ma nello stesso periodo sono aumentate pure le spese, e il saldo resta negativo. È quanto si afferma nello studio curato da Federico Pica sugli andamenti per regione delle entrate e spese dei Comuni dal 1999 al 2007, in relazione agli equilibri di bilancio previsti dal patto di stabilità, pubblicato sull’ultimo numero della Rivista Economica del Mezzogiorno, trimestrale della Svimez diretto da Riccardo Padovani. In base a elaborazioni e stime Svimez su dati del Ministero dell’Interno, dal 1999 al 2007 il divario delle entrate tra Centro-Nord e Sud si è ridotto progressivamente, passando rispettivamente dal 30% al 20%, per poi arrivare nel lungo periodo a una stima differenziale del 10%. In altre parole, le entrate pro capite del Centro-Nord nel 1999 erano pari a 793 euro a valori correnti; diventano 810 nel 2007, per poi arrivare nel lungo periodo a 813. Nel Mezzogiorno nello stesso periodo invece il recupero è decisamente più forte: i 582 euro pro capite del 1999 salgono nel 2007 a 660 e volano nel lungo periodo a ben 730. Ciò significa che negli anni in questione l’aumento delle entrate è stato pari a 25,4% del Sud contro il 16,9% del Centro-Nord. Con differenze forti da regione a regione. L’aumento più consistente in Molise (613 euro nel 1999, 810 nel 2007). Al secondo posto la Campania (da 622 a 725 euro), seguita da Basilicata (da 643 a 763 euro) e Calabria (da 572 a 664). In coda la Puglia (da 505 a 543 euro ) e l’Abruzzo (da 616 a 642). Da rilevare che nello stesso periodo Liguria, Veneto, Emilia Romagna, Toscana, Marche, Lazio e Piemonte hanno visto diminuire le entrate pro capite, mentre la Lombardia è passata da 767 a 983 euro. Più contenuta la crescita dell’Umbria, da 800 a 814 euro. Nonostante ciò, nello stesso periodo anche le spese sono aumentate progressivamente nelle due ripartizioni, portando il bilancio a un saldo negativo. Nel 1999 la differenza tra entrate e uscite era di 32 euro pro capite al Centro-Nord e di 33 al Sud, praticamente allineata. Nel 2007 i valori erano diventati – 4 euro al Nord e + 1 euro al Sud. La situazione, però, tende a peggiorare. In base a stime Svimes i valori saranno rispettivamente nel 2011 – 25 euro al Centro-Nord e – 7 al Sud, e diventeranno nel lungo periodo -10 e -22. Gli andamenti si riferiscono però a situazioni molto diverse e hanno impatti altrettanto diversi che non alterano significativamente lo status quo. Come rileva lo studio, "per gli enti a minore capacità fiscale i minori livelli di spesa comportano una sottodotazione di risorse rispetto al fabbisogno riferito a un livello standard di servizi", mentre i Comuni più ricchi che dispongono di risorse superiori al fabbisogno "sono nelle condizioni di ridurre sia la spesa che la pressione fiscale sui cittadini" a fronte di un livello standard di servizi decisamente più alto. In altri termini, conclude lo studio, la forte crescita delle entrate tributarie al Sud assicura un sostanziale pareggio di bilancio ma non copre completamente tutte le spese, lasciando scoperto ad esempio l’ammortamento dei mutui. (9Colonne)