Archive for finanza pubblica

LIBERTA’ ECONOMICA, ITALIA CENERENTOLA

Nel 2012 l’Italia vede ulteriormente scendere la sua libertà economica. Secondo la classifica annuale Heritage Foundation-Wall Street Journal, di cui l’Istituto Bruno Leoni è partner, il nostro Paese si ferma al 58,8 per cento, 1,5 punti percentuali in meno dell’anno scorso, conquistando la 92ma posizione (cinque in meno rispetto al 2011). L’Italia è classificata penultima nella graduatoria dei Paesi europei: peggio di noi solo la Grecia. Si tratta del terzo anno consecutivo nel quale si registra una riduzione della libertà economica italiana. Questa volta, a incidere negativamente sono soprattutto l’aumentare della corruzione percepita e l’incapacità, nonostante le diverse manovre, di mantenere sotto controllo la finanza pubblica, incidendo sullo stock del debito. Più in generale, i punti strutturalmente deboli per la libertà economica nel nostro Paese stanno nella spesa pubblica (valutata ad appena il 19,4 per cento, 9,2 punti in meno dell’anno scorso) e la libertà del lavoro (43 per cento), oltre alla più ampia incertezza del quadro normativo e all’insostenibile pressione fiscale. Commenta il presidente dell’Istituto Bruno Leoni, Nicola Rossi: "La stampa riporta, pressoché quotidianamente, nuove ipotesi allo studio per stimolare la crescita italiana ormai scomparsa da oltre un ventennio ma - com’è noto - non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere: la strada per ritrovare la crescita è scritta infatti con chiarezza e da anni nella graduatoria dell’Index of Economic Freedom. In particolare, il governo italiano - che si propone di fare ‘un decreto al mese’ per rilanciare la crescita - forse potrebbe fermarsi a riflettere: tutto lascia pensare che non sia quella la strada giusta". Il calo italiano si colloca in un contesto globale che, pure, sconta una crisi della libertà economica, frutto della reazione keynesiana di molti Paesi (specie nel mondo sviluppato) alla recessione. E’ proprio l’aumento della spesa pubblica, infatti, ad aver determinato l’interruzione di una tendenza verso la maggiore libertà economica nel mondo che si era manifestata quasi ininterrottamente da quando la redazione dell’Indice è iniziata, 18 anni fa, fino al 2008. “A dispetto delle letture neokeynesiane, resta robusta l’evidenza della correlazione tra la libertà economica e la crescita, da un lato, e la riduzione della povertà, dall’altro. A questo proposito, è significativo che la classifica della libertà economica di quest’anno veda il ritorno del Cile e l’ingresso delle Mauritius fra i 10 Paesi più liberi al mondo”, nota il direttore generale dell’IBL Alberto Mingardi. La classifica è ancora una volta guidata da Hong Kong, Singapore e Australia, mentre gli Stati Uniti occupano la decima posizione. All’interno dell’Unione Europea, il Paese più libero è l’Irlanda (76,9 per cento, nona posizione), mentre il meno libero è la Grecia (55,4 per cento, 119ª posizione). L’Italia è penultima tra gli Stati membri dell’Ue. L’Indice della libertà economica è costruito attraverso dieci indicatori sintetici che, sulla base dei dati forniti dalle maggiori organizzazioni internazionali, consentono di “schematizzare” la libertà economica, attraverso una serie di variabili che misurano l’invadenza dello Stato (come la pressione fiscale e la spesa pubblica), la qualità della regolamentazione e la certezza del diritto, l’autonomia degli attori economici nel condurre le loro attività (per esempio il mercato del lavoro o gli adempimenti necessari ad avviare o condurre attività produttive), la qualità del sistema giudiziario, la corruzione, eccetera. (9colonne)

GLI ITALIANI BOCCIANO L’EURO MA NON RIVOGLIONO LA LIRA

Il bilancio di 10 anni di moneta unica non è ritenuto positivo dagli italiani, il 57% dei quali valuta negativamente gli effetti dell’introduzione dell’Euro: appena il 40% ritiene sia stato un fatto positivo per il Paese. L’Euro non piace, ma solo una minoranza del 15% sarebbe propensa ad un ritorno alla lira: è infatti forte la consapevolezza, ribadita dal 76%, che le sovranità nazionali sono oggi troppo deboli per competere sui mercati mondiali, che quello della moneta unica è da considerarsi ormai un percorso ineludibile. Nella percezione dei due terzi dei cittadini, intervistati per la trasmissione televisiva Otto e Mezzo dall’Istituto di ricerche Demopolis, l’attuale crisi dell’Eurozona è dovuta prevalentemente alle speculazioni degli operatori finanziari, allo strapotere delle banche, alla crescente globalizzazione dell’economia mondiale, ma è determinata anche – per il 51% degli italiani – dall’assenza di una vera Unione Politica dei Paesi dell’Eurozona. L’economia europea resta soggetta ad elevata incertezza. E gli italiani ne sono pienamente consapevoli: per il 51%, il rischio "default" per il nostro Paese, non è ancora scongiurato. Come emerge dal trend dell’Istituto Demopolis, il timore del fallimento dell’Italia che aveva toccato il 64% nell’ultima settimana del Governo Berlusconi, era disceso al 42% dopo l’incarico a Mario Monti, per iniziare a risalire negli ultimi giorni: torna a diffondersi una certa sfiducia sulle prospettive di ripresa economica del nostro Paese. Secondo il 76% dei cittadini, con il Governo dei professori, l’Italia ha riacquistato piena credibilità all’interno dell’Unione Europea, ma poco più di un intervistato su tre crede che il nostro Paese eserciti un peso effettivo nelle decisioni comunitarie. Diffusa, secondo la ricerca di Demopolis, appare la convinzione che le scelte fondamentali siano assunte oggi in Europa dal cancelliere Angela Merkel o dall’asse franco tedesco. Solo tre su dieci credono ad una reale condivisione delle decisioni tra gli Stati membri. Negli ultimi mesi si è decisamente ridotto il gradimento degli italiani verso i due leader europei, considerati responsabili delle durissime misure che i nostri Governi hanno dovuto adottare negli ultimi mesi: la Merkel scende dal 63% di aprile all’odierno 40%; Nicolas Sarkozy, dal 48% del 2010 crolla, nelle simpatie degli italiani, al 23%. Cresce intanto nell’opinione pubblica la convinzione, espressa dal 46%, che l’Unione Europea tuteli più i poteri economici e finanziari degli stessi cittadini degli Stati membri. L’incerta gestione della crisi sta raffreddando l’atteggiamento verso le istituzioni comunitarie, con effetti negativi sullo storico sentimento europeista degli italiani: il 35% degli intervistati afferma di fidarsi oggi di meno dell’UE rispetto a due anni addietro. Per il 45% degli italiani, intervistati dall’Istituto di ricerche diretto da Pietro Vento, la situazione economica del Paese peggiorerà nei prossimi mesi. Sono infatti molti a pensare, in un clima di possibile recessione, che il rigore tedesco non basterà a salvare la moneta unica, e che l’Italia non potrà rispettare i nuovi vincoli senza ulteriori manovre per mettere in salvo la finanza pubblica. Appare molto diffusa, tra gli italiani, la convinzione che, nonostante i sacrifici imposti dal Governo, i tempi di uscita dalla crisi saranno ancora molto lunghi. (9colonne)

FINANZA PUBBLICA, SI TORNA A PARLARE DI SCUOLA

Insieme all’innovazione digitale, alle ferrovie e al credito per l’occupazione, la scuola è una delle 4 priorità del nuovo ministro per la coesione territoriale, Fabrizio Barca. Il fatto che la scuola pubblica torni in cima a una lista di impegni governativi sul modo migliore di impegnare la finanza pubblica è già di per sé una buona notizia, che diventa ottima se la scuola di cui si parla è quella del Sud. Il Sud è quella parte d’Italia in cui gli enti locali spendono per ogni studente il 40% in meno della media nazionale e in cui c’è la più bassa percentuale di biblioteche pubbliche. La maggioranza dei nostri ragazzi sembra avere il destino segnato dal codice postale, come documenta Graziella Priulla nel libro "L’Italia dell’ignoranza", pubblicato nei giorni scorsi da Franco Angeli e dedicato alla crisi della scuola. Nei quartieri di Palermo da contendere alla mafia i tagli agli organici e alle mense hanno di fatto decapitato il tempo pieno, che nel capoluogo siciliano riguarda ora il 2% dei bambini contro il 90% di Milano. I piccoli palermitani che se lo possono permettere avranno varie attività pomeridiane formative, loro che il computer ce l’hanno a casa, l’inglese lo imparano a Londra e lo sport lo fanno a pagamento. Gli altri staranno davanti alla tv o per strada, più tardi nei bar o nelle sale giochi. Campania, Calabria e Sicilia (dove ci sono molte classi con più di 40 alunni) risultano fanalini di coda in tutte le indagini sul livello medio di apprendimento. E vorrà pur dire qualcosa se i risultati sono migliori in quelle parti d’Italia dove le scuole dell’infanzia sono più presenti e frequentate e dove il tempo pieno è diffuso. Scrive Priulla che dopo un secolo e mezzo di storia unitaria, il diritto-dovere all’istruzione è ancora fermo a Eboli. Abolire questo confine, o perlomeno cominciare a sgretolarlo, è uno dei compiti che si è dato il nuovo governo, con l’ambizione di dimostrare che si può essere meridionalisti pur non avendo neppure un ministro nato in Sicilia. (9colonne)

IBL: FISSARE LIMITI ALLA SPESA

Per l’Istituto Bruno Leoni, costituzionalizzare il pareggio di bilancio senza introdurre un tetto alla spesa non sortirà alcun effetto sulle dinamiche della finanza pubblica. Lo sostiene Serena Sileoni, fellow dell’IBL, nel Focus “Pareggio di bilancio: prospettive per una maggiore credibilita` della finanza pubblica” , pubblicato in occasione dell’avvio della discussione alla Camera della proposta di legge costituzionale adottata dalle commissioni Affari costituzionali e Bilancio. Il focus indaga le ragioni del fallimento dell’attuale art.81 della Carta nell’imporre il rigore, e analizza le modifiche in tal senso introdotte in Francia, Germania e Spagna. Scrive Sileoni: “il disegno di legge presentato dal governo suona debole, poiché prevedendo che l’ equilibrio dei bilanci e il contenimento del debito delle pubbliche amministrazioni siano assicurati in base ai principi e ai criteri stabiliti con legge approvata a maggioranza dei due terzi”, “rinvia l’introduzione del pareggio a un momento indeterminato ed a una fonte, la legge, che non sembra avere il rango appropriato per ricevere e definire, anche da un punto di vista simbolico, l’enunciazione di un principio così forte”. Per Sileoni, occorre che “la Costituzione sia più rigida nel definire i principi di rigore dei conti pubblici, e vada oltre persino alle regole introdotte dalla riforma tedesca. Difatti, prescrivere soltanto che le uscite siano pari alle entrate, senza ricorso all’indebitamento, non è un vincolo sufficiente a garantire la responsabilità fiscale delle pubbliche amministrazioni, né nei confronti della popolazione attuale né nei confronti delle generazioni future”. Tra le proposte in discussione, quella firmata da Nicola Rossi e altri al Senato e Antonio Martino e altri alla Camera “affianca il pareggio di bilancio a un obbligo sostanziale di contenimento della spesa delle amministrazioni pubbliche, stabilendo che essa non possa superare il 45% del prodotto interno lordo”. La combinazione di questi due vincoli (pareggio formale e limite alla spesa) è “la sola formula che possa seriamente impegnare i governi alla razionalizzazione dell’impiego delle risorse pubbliche”. (9colonne)

FINANZA PUBBLICA, NOVITA’ BIPARTISAN

Un gruppo di parlamentari del Pdl, del Pd e del Terzo Polo ha trasmesso al presidente del Consiglio alcune proposte per contenere la spesa e favorire la crescita. E’ un’iniziativa di rilievo, perché sul terreno della finanza pubblica sono state molto rare, in passato, le proposte bipartisan. E anche perché prefigura il ruolo propositivo che il Parlamento potrebbe ritagliarsi in uno scenario che vede tutti i riflettori puntati sul governo. Il documento nasce dalla Commissione per l’attuazione del federalismo fiscale e ha tra i suoi punti cardine la riforma pensionistica e una patrimoniale ordinaria. Per quanto riguarda la patrimoniale, la rete di parlamentari guidati da La Loggia (Pdl), Lanzillotta (Api) e Vitali (Pd) propone un’ imposta ordinaria sulla ricchezza finanziaria e immobiliare, a bassa aliquota, al massimo dell’1 per mille, che deve portare un gettito all’incirca di un punto di Pil, in modo da attuare contestualmente una riduzione del peso fiscale su famiglie, lavoro, pensioni e imprese. Il limite minimo dal quale scatterebbe l’imposizione – ha spiegato il deputato del Pd Marco Causi - dovrebbe essere compreso tra il milione e 200 mila euro e il milione e mezzo. In materia previdenziale, invece, si propone che dal 2012 tutti i trattamenti siano definiti secondo il metodo di calcolo contributivo pro-rata. Nella proposta inviata al presidente Monti si fa riferimento anche ai requisiti d’età per il pensionamento dando la possibilità al lavoratore di scegliere tra un minino di 62 anni e un massimo di 69 con incentivi e disincentivi. La Loggia ha trasmesso le proposte al suo segretario Alfano perché le esamini, Baldassarri assicura che tutto il Terzo Polo è d’accordo, i parlamentari del Pd dicono di essere fiduciosi perché le loro posizioni sono quelle largamente prevalenti nel partito. Un Pd più flessibile sulla riforma delle pensioni e un Pdl più disponibile sul fronte della patrimoniale sarebbero la prima, grande novità della stagione Monti. (9colonne)

ECONOMIA, LA STRATEGIA DEL ROSPO

Tre sono, in natura, le strategie di sopravvivenza: l’attacco, la fuga, la simulazione della morte. La tigre attacca, la gazzella fugge, il rospo di fronte al pericolo resta immobile, o per mimetizzarsi con l’ambiente circostante o per fingersi morto. Secondo il sociologo Luca Ricolfi - che ne parla nel suo libro "La repubblica delle tasse" - in politica economica succede la stessa cosa. Nella storia della seconda Repubblica non è difficile individuare le tre strategie. Nella breve stagione che va dal 1992 al 1998 – ossia dalla svalutazione della lira all’ingresso in Europa – secondo Ricolfi prevaleva l’attacco. I problemi venivano affrontati a viso aperto, indipendentemente dal colore politico dei governi. Sono gli anni della finanziaria da 90 mila miliardi (governo Amato), della riforma delle pensioni (governo Dini), del protocollo sulla politica dei redditi (governo Ciampi), della modernizzazione del mercato del lavoro (governo Prodi), dell’ingresso in Europa, di nuovo con Ciampi e Prodi. Nel triennio 2006-2008 invece prevale la fuga. Con la manovra di finanza pubblica del 2007 il secondo governo Prodi aumenta una pressione fiscale già altissima e con quella del 2008 pianifica un deficit maggiore di quello tendenziale, controriformando anche le pensioni. Ma in tutto il resto del periodo che va da Mani Pulite a oggi la strategia dominante, scrive Ricolfi, non è la fuga e neppure l’attacco, è la simulazione della morte. Il registro dominante è il non fare, o meglio il fare tante, tantissime piccole cose nessuna delle quali va al cuore dei problemi. Osserva Ricolfi che negli ultimi anni, con Tremonti al timone dell’economia, l’azione di governo non ha toccato in modo significativo né la pressione fiscale, né la spesa pubblica, né i saldi fondamentali. Siamo in apnea, aspettiamo che torni l’ossigeno, come fa il rospo quando si sente in pericolo. (9colonne)

BOERI E LA “TASSA BERLUSCONI”

A metà giugno il differenziale fra i nostri Buoni del Tesoro decennali e i titoli di stato tedeschi, cioè i bund, era di quasi 70 punti inferiore a quello dei titoli di stato spagnoli. Cioè la finanza pubblica italiana appariva agli investitori più affidabile di qulla della Spagna. Oggi lo spread è invece di oltre 40 punti superiore a quello spagnolo. Eppure i due paesi sono stati colpiti dagli stessi shock e hanno goduto entrambi degli acquisti della Bce. Secondo l’economista Tito Boeri, che riporta e commenta questi dati sul sito lavoce,info, i punti persi rispetto alla Spagna sono probabilmente attribuibili ai ritardi con cui il nostro governo ha reagito alla crisi. Boeri nota che la situazione relativa dell’Italia è drammaticamente peggiorata dopo che l’8 luglio Giulio Tremonti, messo sotto accusa per la vicenda di Marco Milanese, per difendere la sua posizione ha sostenuto che era lui il garante dei conti pubblici e "chi lo attaccava, attaccava il Paese". Secondo Boeri è stato il segnale peggiore che si potesse dare ai mercati. Un ministro con un minimo di senso dello Stato – osserva l’economista - avrebbe dovuto sostenere che, indipendentemente dall’evoluzione della sua situazione personale, i conti pubblici sarebbero stati tenuti comunque sotto controllo. Un altro evento che ha fatto aumentare considerevolmente lo spread italiano rispetto a quello spagnolo è il discorso di Silvio Berlusconi in Parlamento il 3 agosto. Era stato annunciato come un discorso fondamentale, ma in realtà era privo di qualsiasi novità rilevante per gli investitori: come sempre - nota Boeri - questi discorsi sono molto peggio del silenzio. L’annuncio di Berlusconi circa il fatto che sarebbe stata varata una nuova manovra entro il 18 agosto non sembra avere avuto alcun effetto sulla posizione relativa dell’Italia, perché chi deve acquistare quote del debito bada più ai fatti che agli annunci. Infatti la rapida approvazione della prima manovra sotto la pressione di Giorgio Napolitano ha migliorato la posizione relativa dell’Italia. Guardando alla Spagna, l’approvazione della riforma delle pensioni, l’introduzione di nuove misure di contenimento fiscale e la decisione di includere nella Costituzione il pareggio di bilancio sembrano essere stati efficaci nel migliorare la posizione relativa rispetto all’Italia. Boeri conclude notando che quei 110 punti di ritardo accumulati sin qui rispetto alla Spagna implicano una spesa aggiuntiva per interessi sul debito che nell’arco di alcuni anni raggiungerà i 20 miliardi. (9colonne)

REGIONI: IN 10 ANNI LA SPESA E’ AUMENTATA DEL 75%

Tra il 2000 e il 2009, segnala la Cgia di Mestre, la spesa delle Regioni italiane è aumentata del 75,1%. In termini assoluti, invece, le uscite complessive delle nostre Regioni sono passate da 119,3 a 209 miliardi di euro. Se confrontiamo le Regioni a Statuto Ordinario con quelle a Statuto Speciale, si evince che la spesa delle prime è aumentata del 70,6%, quella delle seconde dell’89%. A livello regionale, il maggior aumento di spesa si è registrato in Umbria (+143,7%), in Emilia Romagna (+140,3%) e in Sicilia (+125,7%). Appena fuori dal podio troviamo la Basilicata (+115,2%), il Piemonte (+91,8%) e la Toscana (+84,6%). La Provincia Autonoma di Trento (+43,2%), il Veneto (+40,9%) e la Campania (+40,3%) sono state, invece, le tre realtà territoriali più parsimoniose. L’inflazione, tra il 2000 e il 2009 ha registrato un aumento più modesto: "solo" il +22,1%. In termini di spesa pro capite, invece, spetta alla Valle d’Aosta il primato delle uscite riferite al 2009 (13.182 euro), sul secondo gradino del podio troviamo la Provincia di Bolzano (10.013 euro) e sul terzo quella di Trento (8.465 euro). "Intendiamoci – sottolinea Giuseppe Bortolussi segretario della Cgia di Mestre – maggior spesa non sempre è sinonimo di spreco o di una cattiva gestione della finanza pubblica. Chi, soprattutto al Centronord, ha investito in questi ultimi 10 anni in maniera importante sulla sanità, sui trasporti e sull’assistenza sociale, oggi può contare su livelli di qualità e di quantità dei servizi offerti ai propri cittadini che sono tra i migliori d’Europa. L’aumento delle spese regionali è dovuto, inoltre, anche all’attribuzione in capo alle Regioni di nuovi poteri su tematiche quali l’industria, il commercio, le politiche del lavoro, il turismo ecc. Detto questo, non possiamo nascondere che alcune Regioni, tipo quelle a Statuto Speciale, presentano livelli di spesa che solo in parte sono coperte dalle entrate proprie. Ciò vuol dire che la specificità di alcuni territori è stata in gran parte garantita dallo sforzo fiscale fatto dai contribuenti delle realtà a Statuto ordinario. Un meccanismo, quest’ultimo, che andrebbe eliminato per ripristinare il principio di equità ed uguaglianza tra tutti i territori regionali". (9colonne)

SEI AUDIZIONI PER LA NUOVA LEGGE DI CONTABILITA’

Questa settimana si divideranno tra Montecitorio e palazzo Madama i senatori della Commissione Bilancio: alla Camera procederanno, insieme ai deputati della Quinta Commissione, all’indagine conoscitiva sulla riforma della legge di contabilità e finanza pubblica, resasi necessaria dopo le modifiche al patto di stabilità e crescita e alla governance economica europea adottate dal Consiglio europeo di fine anno. Previste sei audizioni: si inizia oggi alle 13 con la Banca d’Italia e il direttore della Scuola superiore dell’economia e delle finanze, Giuseppe Pisauro; poi toccherà aii rappresentanti della Ragioneria Generale dello Stato (mercoledì alle 8 e 30), al direttore del Dipartimento del Tesoro Vittorio Grilli (mercoledì alle 14), all’Istat (giovedì alle 8 e 30) e alle associazioni degli enti locali (Anci, Upi, Uncem, conferenza Regioni e province, giovedì alle 14). Per il resto, attesi in settimana i pareri su decreto rifiuti e milleproroghe e soprattutto sul decreto di attuazione del federalismo fiscale municipale, rinviato la scorsa settimana dopo l’annuncio che il Governo avrebbe introdotto modifiche sostanziali. L’obiettivo (anche in Commissione Finanze) è concludere l’esame entro giovedì, ma ci potrebbe essere un ulteriore slittamento, soprattutto se, a causa di queste modifiche, dovesse essere prorogato il termine, ora fissato a fine mese, per il parere della Commissione sul federalismo. Completano, infine, l’ordine del giorno della Commissione Finanze tre decreti di attuazione di direttive europee (sui contratti di garanzia finanziaria dei crediti, sistemi di garanzia dei depositi per quanto riguarda livello di copertura e termini di rimborso, struttura di aliquote e accise dei tabacchi lavorati) su cui però ci si potrebbe fermare alla discussione generale. (9Colonne)

LIBERTA’ ECONOMICA, L’ITALIA SCENDE ANCORA

La libertà economica in Italia scende ancora. Col 60,3 per cento, il nostro paese occupa l’87ma posizione nella classifica elaborata ogni anno da Heritage Foundation e Wall Street Journal che,sulla base di indicatori oggettivi, valuta l’effettiva libertà di mercato in tutti i paesi del mondo. A pesare, nel caso dell’Italia, è soprattutto lo stato della finanza pubblica. Nonostante le politiche di rigore attuate negli ultimi due anni, il debito pubblico - la cui crescita è stimata in tempo reale dall’orologio contadebito sul sito www.brunoleoni.it - ormai al 120 per cento del PIL, rappresenta un fardello enorme sia sulle prospettiva della finanza pubblica, sia rispetto alla libertà di manovra del paese. A pesare sono inoltre la spesa pubblica, la cui crescita è stata solo tamponata dalle misure più recenti, l’estensione dell’economia sommersa, e la pervasiva percezione di corruzione del settore pubblico. Particolarmente importante è la flessione nella tutela dei diritti di proprietà, che deriva da una giustizia inefficiente e spesso politicizzata e soffre, in particolare, per quanto riguarda i diritti di proprietà intellettuale. Il passo indietro italiano si inserisce in un contesto più ottimistico. La libertà economica nel mondo cresce, raggiungendo in media il livello del 59 per cento. Questo progresso è il frutto del miglioramento della libertà economica in 117 paesi, mentre solo 58 sono peggiorati (comrpesa l’Italia). In generale, comunque, la libertà economica ha fatto passi indietro soprattutto nel mondo industrializzato, Europa e Nordamerica dove gli stimoli anticrisi hanno grandemente ampliato il peso del settore pubblico. I paesi più liberi sono Hong Kong, Singapore, Australia, Nuova Zelanda e Svizzera. Il più libero tra i paesi europei è l’Irlanda (78,7 per cento), seguita da Danimarca (78,6 per cento) e Lussemburgo (75,2 per cento). Tra i membri dell’Unione europea, l’Italia è all’ultimo posto con la Grecia. Commenta Alberto Mingardi, direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni, che collabora alla redazione del rapporto: “Anche quest’anno l’Indice ci ricorda dove stanno i limiti strutturali dell’Italia: in un settore pubblico ingombrante e autoreferenziale, e un contesto regolatorio incerto e volubile, a cui si aggiunge l’eredità di un debito pubblico fuori controllo e una pressione fiscale eccessiva. E’ da qui che deve muovere l’agenda delle riforme, se vogliamo tornare a crescere”. (9Colonne)