Archive for Finanza

ECCO I PROFILI FINANCE PIU’ RICHIESTI

Quali sono le figure professionali più ricercate nel campo della finanza? "Dopo un 2009 chiuso con difficoltà, le aziende son tornate a inserire all’interno del proprio organico nuovi profili finance proiettati più all’attività di analisi e di supporto alla crescita del business o nuovi investimenti, e meno alle attività di cost saving: è il segnale che fa intravedere un trend di ripresa del settore finance" spiega Luca de’ Finis, responsabile della divisione Finance di Michael Page International, società leader nella ricerca e selezione di personale specializzato top e middle management. Tra le figure più richieste dal mercato si conferma il Chief financial officer che assume un ruolo sempre più strategico e orientato al supporto del business, e che può contare su una retribuzione media annua che oscilla tra i 70.000 e gli oltre 150.000 euro a seconda degli anni di esperienza e dalle dimensioni dell’azienda. Tra i profili top del mercato il Finance Manager che, con una retribuzione media annua tra i 40.000 e gli oltre 80.000 euro, rappresenta una figura chiave in azienda e di riferimento per la gestione ordinaria e straordinaria di tutte le attività del dipartimento Finance, e quello del Controller commerciale, profilo che fa riferimento alla Direzione amministrazione e controllo, a supporto della Direzione commerciale e che richiede ottime capacità di presentazione e comunicazione. "In questo periodo - confessa Luca de’ Finis - è molto forte la richiesta da parte delle aziende di professionisti più orientati a una funzione di business partner e che abbiano un approccio molto proattivo". (9Colonne)

NO PIL, IL BHUTAN PREFERISCE LA FELICITA’

Da tempo si dice che il Pil, indicatore che misura il valore dei beni e dei servizi prodotti da un paese, non dovrebbe essere assunto come l’unico o il principale indicatore dello sviluppo economico. Il Bhutan, piccolo stato himalayano che solo nel 2008 si è dato per la prima volta un governo eletto dal popolo, ha tradotto queste critiche in realtà, sostituendo al Pil (Gdp nei paesi anglosassoni) la Gross National Happiness (Gnh), ovvero la Felicità nazionale lorda. A parlare di questa esperienza singolare è stato, al Festival dell’Economia di Trento, il primo ministro del Bhutan Jigmi Y. Thinley. Interloquendo con Andrea Brandolini della Banca d’Italia, il primo ministro ha spiegato che quella della Felicità nazionale non è una trovata folcloristica ma, al contrario, un sistema rigoroso per misurare gli effetti dell’attività economica in termini meno astratti del Pil, indirizzando le politiche pubbliche verso un obiettivo condiviso dalla gente. "Il Pil - ha ricordato Thinley - è nato attorno al 1934, dopo la grande crisi economica del ’29. Esso non doveva essere utilizzato come indice del progresso umano complessivamente inteso. Ma così è stato. Il risultato è il caos che abbiamo sotto i nostri occhi. Il Pil - aggiunge - promuove la crescita economica continua e senza limiti. Questo è un processo insostenibile in una realtà in cui le risorse sono invece finite, a partire dalle risorse ambientali, necessarie ai fini della produzione dei beni di consumo". La conclusione a cui ha portato questo ragionamento è che "Il punto fondamentale è che noi non viviamo in maniera sostenibile. Da qui è nata l’idea della felicità interna lorda. In Bhutan si ritiene che la felicità è data dall’equilibrio fra i bisogni del corpo e quelli della mente. Il Pil è servito a soddisfare i bisogni del corpo. Esso ha portato però ad uno stile di vita consumistico. Noi crediamo che il nostro concetto di felicità debba essere qualcosa di concreto e misurabile; se è così, esso diventa una responsabilità della classe dirigente e l’oggetto delle sue politiche. Il primo ministro Thinley ha poi ricordato che fu lo stesso del Buthan a formulare i quattro pilastri su cui poggia il concetto di felicità interna lorda. "Il primo pilastro - chiarisce - è uno sviluppo sociale equo e sostenibile, che assicuri assistenza sociale, salute, istruzione, giustizia, in modo tale da mettere ciascun cittadino nella condizione di perseguire la sua personale via alla felicità. Il secondo pilastro - prosegue Thinley - è quello della sostenibilità ambientale: il Bhutan vive ai piedi dell’Himalaya, una catena montuosa giovane, che sta ancora crescendo Con un ambiente così bisogna fare molta attenzione: se maltrattato reagisce con alluvioni, valanghe, erosione dei pendii e così via. Oggi siamo forse l’unico paese in via di sviluppo al mondo in cui la copertura boscosa è cresciuta - oggi è pari al 72% del territorio -, nonostante la crescita della popolazione e delle attività economiche. Il terzo pilastro è la promozione della cultura, che implica anche la conservazione della cultura". Infine viene il quarto pilastro: "Il buon governo. La nostra è, credo, la democrazia più giovane al mondo. Ciononostante non possiamo non vedere i difetti di altre democrazie, specie nei paesi in via di sviluppo", dove "la libertà è qualcosa che in realtà non esiste. Credo che la libertà sia essenziale. Libertà di scegliere il proprio destino, libertà di fare le proprie scelte quotidianamente. Nel caso del Bhutan, ci sono persone che ci ammirano per il percorso fatto; il re, dopo l’adozione della democrazia, ha abdicato, per sostenere questo nuovo percorso, e ha trasmesso i poteri al figlio, che però è un monarca costituzionale con prerogative limitate". Pur non potendo riassunta in una formula matematica, anche la felicità può però esser misurata e lo strumento sono degli indicatori: "Abbiamo identificato nove ambiti in cui questa felicità si manifesta: tenore di vita (reddito disponibile, sicurezza del lavoro ecc.); stato di salute; livello di istruzione; ambiente e natura; cultura; vitalità della comunità; utilizzo del tempo (anche il tempo che si usa per stare da soli, per pensare, per riflettere, un tempo che non adoperiamo per ottenere dei vantaggi materiali); benessere psicologico; buon governo". Insomma, non solo finanza. (9Colonne)

FINANZA COOPERATIVA, I CONTI SONO IN ORDINE

Finanza cooperativa: il Ccfs, Consorzio Cooperativo Finanziario per lo Sviluppo, chiude il 2009 con un utile di 2,2 milioni; a quota 776 milioni i finanziamenti erogati ai soci. Sebbene il drastico calo dei tassi scontato nel 2009 rispetto all’esercizio precedente abbia più che dimezzato il "fatturato" del Consorzio e ridotto i ricavi da 63 milioni ai circa 29 milioni di euro dell’esercizio appena chiuso, il margine di intermediazione finanziaria conseguito da Ccfs è superiore a quello dell’esercizio precedente grazie all’incremento dei volumi di impiego su soci. I finanziamenti erogati ai soci alla chiusura dell’esercizio hanno raggiunto, come detto, i 776 milioni, in espansione rispetto ai valori medi dell’esercizio precedente, pari a 704,4 milioni, confermando come il Consorzio stia intensificando i propri sforzi per sostenere le cooperative in tutto il territorio nazionale. Gli spread sul credito bancario sono tornati su livelli normali, negli ultimi mesi la raccolta bancaria é risultata meno onerosa di quella da soci, forma di raccolta che rimane comunque prioritaria per missione del Consorzio. La raccolta media complessiva proviene, infatti, per oltre il 77% dai soci e si attesta sugli 895 milioni di euro. La movimentazione bancaria è stata nel 2009 di 59,6 miliardi di Euro, in forte riduzione rispetto al 2008 (-15%). In costante aumento sono le operazioni di compensazione finanziaria tra i conti correnti dei soci, superiori nell’anno a 7,4 miliardi di euro. Intenzione ferma del Consorzio è continuare a privilegiare la quantità anche per il 2010, cercando di accrescere l’afflusso di risorse alle cooperative aumentando il numero di operazioni in pool con le banche. Un elemento di novità è costituito dal ripristino dell’utilizzo delle fideiussioni, in disuso presso il Consorzio ormai da una ventina di anni, come ulteriore strumento a sostegno delle cooperative; strumento normato all’interno del nuovo Regolamento per i Finanziamenti deliberato in sede di assemblea straordinaria avvenuta nel maggio del 2009. È in crescita il numero dei soci che si attesta sulle 1.115 unità presenti in tutte le regioni italiane. (9Colonne)

TREMONTI E LA LEZIONE DELLA GRECIA

Il ministro Giulio Tremonti è intervenuto il 6 maggio alla Camera per una informativa urgente del governo sulla crisi dell’economia e della finanza in Grecia e sulle possibili ripercussioni sulla stabilità dell’euro. Ecco la conclusione del discorso tenuto dal responsabile dell’Economia. "Al termine del suo libro sulla II guerra mondiale, Churchill si chiede se quella sui cui scrive è stata davvero la seconda guerra mondiale od invece è stato il sequitur di una unica guerra, solo intervallata da un lungo armistizio. Non è questa una seconda crisi che è arrivata. E’ solo la stessa crisi che è continuata e si è trasformata, passando dai debiti privati ai debiti pubblici e scalandosi su scala globale. Per capire specificamente cosa è successo, sta succedendo in Europa, basta guardare alla carta "geoeconomica" dell’Europa. In Europa sono rimasti i confini politici. Ma, unificando lo spazio monetario, sono stati rimossi tutti i confini economici. E’ così che non ci sono più confini tra il bilancio di una banca residente in uno Stato e il bilancio della banca controparte residente in un altro Stato. E’ così che non ci sono più confini ma travasi tra debiti, deficit e default delle banche e degli Stati. L’esposizione della core Europe verso la Grecia è relativamente limitata. Ma l’esposizione della core Europe verso i Paesi che a stella la circondano è, contando i connessi derivati, enormemente superiore. Le colpe passate e i doveri attuali non sono certo uguali, da banca a banca e da Stato a Stato. In particolare, i doveri degli Stati in crisi sono e devono restare assoluti, ma orami la responsabilità è di tutti. Rimossi ex ante i confini economici, non si possono più far valere ex post i confini politici. Nessuno è immune dai rischi perché passeggero con biglietto di prima classe. L’estensione della crisi è sistemica e la soluzione può essere solo comune e politica. La sovrastruttura politica deve allinearsi alla struttura economica. E la semplice somma algebrica – totale o parziale – dei Governi nazionali più o meno forti non può fare da sola quel nuovo tipo di politica che il tempo presente richiede. Il tempo è strategico. Dobbiamo guadagnare tempo, guardando non solo a domani od al prossimo mese, ma al prossimo decennio, per assorbire la crisi e per organizzare il futuro. Il nostro futuro non è infatti un destino ma una scelta. Su questo è splendido l’intervento fatto oggi dal Presidente Delors, sui tempi e sugli strumenti (gli eurobond). E’ stato scritto, su di un giornale inglese, che la Grecia è un Paese in cui l’impensabile diventa inevitabile, senza attesa nel reame dell’improbabile. Crisi in greco vuole dire discontinuità. Una discontinuità che può essere positiva costitutiva e costruttiva dell’Europa. Ci si aspetta che domani il Vertice possa dire che non basta dare una risposta a questa crisi. Dobbiamo saper andare più lontano, imparando la lezione e prendendo tutte le misure necessarie affinché una crisi di questo tipo non si ripeta. Sono queste le basi su cui dobbiamo e possiamo avere fermezza nel presente e fiducia nel futuro. (9Colonne)

MILANO, IMPRESE COINVOLTE IN UN MILIONE DI LITI

In media ogni impresa milanese fa tre litigi importanti con conseguenze costose. Le imprese, nella loro totalità, litigano quasi un milione di volte all’anno. E con la crisi il 23% si pente di un litigio. Emerge da un’elaborazione della Camera di commercio di Milano e da un’indagine sulle imprese milanesi. Se ne è parlato oggi alla Camera di commercio di Milano, in occasione dell’incontro col ministro Alfano. Ma da quest’anno avremo più giustizia alternativa e meno tribunale perché il tentativo di conciliazione sarà obbligatorio per liti condominiali, affitto, sanità, contratti bancari, finanziari ed assicurativi. "Come Camera di Commercio di Milano - ha dichiarato il presidente presidente - ci occupiamo di conciliazione da quattordici anni. Negli anni abbiamo cercato di dare alla conciliazione una credibilità ed una dimensione strutturata, facendo sistema con le altre Camere di commercio e favorendo la nascita di una vera rete di servizi a livello nazionale. E il nuovo decreto legislativo 28/2010 sulla mediazione civile ha anche il merito di rafforzare e certificare il buon lavoro fin qui condotto con un impatto diretto sulla riduzione dei costi per le imprese. L’incontro di oggi ha proprio il senso di avviare una più stretta collaborazione con il Ministero per una valorizzazione del decreto". Il Consiglio dei Ministri ha approvato a fine 2009 il decreto legislativo che rende obbligatorio il ricorso alla conciliazione per liti in materia di condominio, locazione, responsabilità medica, contratti bancari, finanziari ed assicurativi. Lo scopo è alleggerire il lavoro della giustizia civile e fornire a chi litiga uno strumento di risoluzione della controversia veloce, efficace ed economico, con la possibilità di usufruire anche di agevolazioni fiscali e crediti di imposta. I casi gestiti dalla Camera Arbitrale di Milano si caratterizzano per la rapidità (35 giorni la durata media delle controversie). Oltre una domanda di conciliazione su dieci tra quelle gestite dall’inizio dell’anno dal Servizio di conciliazione della Camera Arbitrale di Milano è stata depositata da parti provenienti dal territorio lombardo mentre nel 15% dei casi erano italiane od estere. Servizi (Energia, Telecomunicazioni, Trasporti: 41,5%), e commercio (11,6%) i settori in cui si è litigato di più ma in un caso su dieci la controversia ha riguardato il turismo e in quasi uno su venti (4%) la finanza e le assicurazioni. (9Colonne)

ADUC: IL MONDO NELLE MANI DI UNA FINANZA MALATA

All’indomani di una giornata campale per la borsa italiana ed in particolare per le banche, con perdite anche dell’8% in un sol giorno, l’associazione dei consumatori Aduc affida ad Alessandro Pedone, responsabile per la Tutela del Risparmio, un commento decisamente controcorrente. "A scatenare il putiferio – si legge nella nota dell’Aduc - sarebbe stato un rapporto di una agenzia di stampa (Moody’s, la stessa che dette la stura alla speculazione sulla lira del ‘92) nel quale ci sarebbe scritto una banalità: qualora i titoli di stato italiani si deprezzassero fortemente le banche italiane ne risentirebbero. Ma vaaa? Davveeero? Che "notizione"! Nessuno, ovviamente, legge il rapporto di Moody’s ma tutti iniziano a vendere e sulle vendite iniziano le "notizie" che "giustificherebbero" le vendite. Notizie più o meno vere fra le quali quella – inverosimile – secondo la quale Standard&Poor’s starebbe per abbassare il rating all’Italia. Sarebbe bastato leggere lo stesso rapporto di Moody’s per rendersi conto che non è in discussione la solidità del sistema bancario italiano che (seppur con tutti i suoi difetti) è uno dei più solidi fra i Paesi sviluppati. Ma sappiamo come funzionano i mercati: le vendite e gli acquisti non si fanno ormai più sulla base dei dati, ma prevalentemente sulla base dell’umore, dei "si dice" e dei… trading system. Passano poche ore e sui listini americani accade il finimondo. L’indice americano Dow Jones subisce la sua più grande caduta all’interno di un solo giorno dal 1987: circa il 10%! Cosa è successo? Come al solito i giornalisti si affrettano a "spiegare" i movimenti dei mercati. Le agenzia di stampa si affollano di dotte spiegazioni che darebbero la colpa alla Banca Centrale Europea la quale non sarebbe sufficientemente attiva nel fronteggiare la crisi dell’Euro. Secondo questi dotti operatori, la credibilità dell’euro potrebbe bloccare la ripresa economica globale ormai in atto. Qualche ora dopo si scopre che sarebbe stata tutta colpa di un operatore di CitiGroup che invece di schiacciare sul computer il tasto "m", che sta per "milion", avrebbe schiacciato il tasto "b", per "bilion", e avrebbe causato il "panic selling" (?). Poverino… tutti sappiamo che nella tastiera la "m" e la "b" sono troppo vicine. Se proprio non si riesce a fare una riforma del sistema finanziario, almeno facciamo una legge per modificare il layout della tastiera dei computer usati dal sistema finanziario…".

"La finanza – conclude l’esperto dell’Aduc - , ormai, è qualcosa di troppo rilevante per il benessere dell’intero pianeta. Una riforma dovrebbe partire da tre cardini che appaiono banalità, ma che sono invece eresie per il sistema finanziario: 1) Le banche facciano le banche e le società d’investimento facciano le società d’investimento. Il mestiere delle banche è quello di prestare soldi alle imprese ed a chi ne ha bisogno. Questa attività è diventata ormai marginale per i profitti delle grandi banche che sono diventate dei giganteschi hedge fund. E’ l’ora di dire basta! 2) Si compra e si vende solo ciò che si possiede. Sembra assurdo, ma quello che appare evidente nel mondo reale non lo è affatto in finanza dove è normale poter vendere quello che non si ha. Non si tratta solo di short-selling scoperto, ma soprattutto di una serie di prodotti derivati, come i CDS, i quali, di fatto, vendono un’assicurazione che non esiste (come si può vendere, credibilmente, un’assicurazione contro il default di uno stato come gli USA?). 3) Deve esserci un rapporto massimo fra capitale sociale e rischi assunti nei mercati finanziari. Non è tollerabile che grandi istituzioni finanziarie assumano rischi che poi non possono gestire". (9Colonne)

MATERIE PRIME: IL CARO-PREZZI STROZZA LA RIPRESA

"L’improvvisa fiammata dei prezzi delle materie prime rischia di soffocare sul nascere i primi spiragli di ripresa e di tagliare le gambe a tutto un sistema di imprese impegnato a rialzare la testa. Il rischio è di annegare, proprio quando siamo in prossimità della riva". A lanciare l’allarme sulla nuova emergenza è il presidente di Confindustria Padova, Francesco Peghin. "Nel mese di marzo - spiega - l’approvvigionamento di tutte le materie prime, dal minerale di ferro all’acciaio, dal rame all’alluminio, alla cellulosa ha registrato rincari medi del 56% rispetto allo stesso mese del 2009, con punte del 139% per il nickel, 100% per il minerale di ferro, 90% per il rame, 80% per lo zinco. Commodity che incidono in modo rilevante sui costi delle imprese, con gravi ripercussioni su tutto il manifatturiero, meccanica in testa". "Dall’inizio dell’anno - continua il presidente di Confindustria Padova - stiamo subendo rialzi assillanti e ingiustificati che drogano il mercato. Oltre all’esplosione della domanda dal Far East, il timore è che siano in atto speculazioni che ci riportano ai picchi dell’estate 2008. Ribaltare a valle gli aumenti è di fatto impraticabile, dunque saranno le imprese a farsene carico comprimendo i margini. E questo proprio nel momento in cui si iniziano a vedere i primi spiragli per ordinativi e produzione. Per aziende che faticosamente cercano di risollevarsi, potrebbe essere il colpo finale". La situazione, denuncia Peghin, sta diventando pesante per l’intero comparto industriale. Se il baco del contagio è la siderurgia, ricadute immediate si registrano anche nella chimica, automotive, alimentare, cartiere, gomma-plastica, elettronica, edilizia. Una macchia d’olio che si sta allargando a tutto il manifatturiero, che a Padova vuol dire 13.200 aziende con oltre 110mila addetti, di cui 5.500 aziende (41,7%) con 54mila addetti nella sola meccanica. Lo scenario desta preoccupazione e incertezza, soprattutto per le imprese intermedie, quelle cioè a metà strada tra i fornitori di materie prime e semilavorati e l’industria a valle. E’ il caso, ad esempio, dell’industria siderurgica, che acquista il minerale ferroso e fornisce tubi, lamiere e profilati ai produttori di auto, elettrodomestici, macchinari; o chimica, che con vernici coloranti, collanti, materie plastiche rifornisce chi fabbrica il prodotto finito. "Il comparto meccanico - insiste Peghin - è impegnato a cogliere ogni minimo risveglio della domanda e non può assorbire aumenti di costo così rilevanti". L’origine di questa nuova "bolla" ha diverse cause. Prima di tutto nel Far East (in particolare Cina e India), dove la domanda di materie prime in continua ascesa ha rotto gli equilibri del mercato europeo. E se oggi le imprese padovane denunciano rincari del 20-25% per l’acciaio, per i prossimi mesi si temono ulteriori balzi. L’altra causa è la speculazione finanziaria. "L’abuso di finanza in un settore cruciale come questo - afferma Peghin - rischia di innescare una spirale di inflazione che non possiamo permetterci". Il presidente di Confindustria Padova rivolge un appello al Governo e agli europarlamentari del Nord Est. "Se vogliamo salvaguardare la possibilità di una ripresa, serve un’azione decisa in sede europea per bloccare sul nascere l’insorgere di cartelli, accordi e speculazioni e promuovere misure a garanzia del corretto funzionamento del mercato delle materie prime. Le nostre aziende sono già fortemente provate, pagano l’energia più cara d’Europa, scontano ritardi biblici nei pagamenti. Ora rischiano di essere schiacciate, ancora una volta, da logiche non industriali che minano la competitività. Abbiamo bisogno di una filiera competitiva anche nei prezzi per valorizzare il nostro export, è una battaglia che non possiamo perdere". (9Colonne)

INTUIZIONI FEMMINILI PER CAMBIARE L’ECONOMIA

Le donne reggono il mondo. Lavorano più degli uomini, si fanno carico del "welfare domestico quotidiano", gestiscono l’economia e il denaro con più lungimiranza, in situazioni di crisi, in casa o nella propria azienda. Eppure in tutto il mondo guadagnano meno e sono meno rappresentate nelle istituzioni, nei Parlamenti e nei consigli d’amministrazione delle imprese. Il volume "Le donne reggono il mondo. Intuizioni femminili per cambiare l’economia" a cura di Elena Sisti e Beatrice Costa, (Altreconomia Edizioni, 128 pagine, 12.00 euro) contiene un punto di vista diverso e plurale per comprendere i motivi di tali diseguaglianze e "cucinare" un futuro diverso. Dodici conversazioni per dare voce alle intuizioni di esperte e studiose le cui opinioni spesso si perdono tra quelle gridate degli uomini e che raccontano un’altra economia, fatta non solo di profitti, ma di relazioni, di cura delle intuizioni, di attenzione alle prossime generazioni. L’economia, la finanza, il welfare, il lavoro, le leggi e la tutela dei diritti, l’accesso al cibo, i cambiamenti climatici, l’urbanistica in una prospettiva di genere e nelle parole di Simona Beretta, Marina Terragni, Ann Pettifor, Monica D’Ascenzo, Manuela Naldini, Francesca Bettio, Paola Villa, Beatrice Costa, Liana Ricci, Silvia Macchi e Stefania Scarponi. "Le donne sono in una posizione privilegiata – si legge nella prefazione - per vedere i limiti dell’economia così come oggi è architettata, perché sono coloro che svolgono la maggior parte del lavoro complessivo e il loro lavoro formale si concentra nei settori meno retribuiti. Guardare al mondo attraverso gli occhi di una donna significa provare a introdurre radicali trasformazioni tra le certezze del mondo moderno, per notare quanto lavorano le donne che ‘non lavorano’, quanto contribuiscono all’economia e al benessere comune, come il benessere stesso debba essere rimesso al centro dell’analisi della nostra società e come quello individuale sia correlato a quello collettivo". Elena Sisti si occupa di ricerca economica, è esperta in particolare di sviluppo e sostenibilità; Beatrice Costa si occupa di ricerca su diritti delle donne e politiche di genere per ActionAid. (9Colonne)

PIU’ FIDUCIA NELLE AZIENDE, MENO NELLE ISTITUZIONI

A diciotto mesi dall’inizio della crisi della finanza internazionale che si è poi tramutata in crisi economica, nonostante l’"annunciata" ripresa da più parti, i lavoratori italiani restano "attendisti". Il dato generale dell’Indice di Fiducia si ferma, infatti, a 34,6 punti in una scala da 0 a 100, leggermente superiore alla seconda rilevazione di settembre 2009 (34), ma sempre al di sotto della positività e del valore di giugno scorso (36), anche se in alcuni casi si evidenziano differenze importanti legate all’incidenza del livello di istruzione, del territorio in cui si lavora e della dimensione aziendale. Così i più "fiduciosi" sono lavoratori del Nord Ovest (36), i dirigenti (39,5), i giovani (38) e i laureati (36), mentre i meno ottimisti i lavoratori del centro Italia (30), gli operai (33) e gli over 50 (32 punti). In questo contesto è da segnalare la ripresa di fiducia nell’azienda che passa da 44 a 47 punti (+3 rispetto a settembre) e, unico dato nazionale della rilevazione che supera quota 50, la fiducia dei lavoratori delle grandi aziende nella propria impresa (53 punti). Queste alcune tra le prime evidenze dell’Indice di Fiducia dei lavoratori dipendenti italiano realizzato da Gi Group in collaborazione con OD&M Consulting. "Tre sono i dati importanti di questo indice: da una parte la timida risalita nella fiducia personale ci dice che la crisi, per quanto pesante, non ha gettato nel panico i lavoratori e anzi, le prime avvisaglie di un ritorno alla normalità si sentono. Inoltre, aumenta di 3 punti la fiducia nelle aziende: questo grazie all’azione del governo e degli ammortizzatori sociali che hanno permesso a realtà ‘sane’ di stare in piedi in un momento critico come quello del 2009" commenta Stefano Colli-Lanzi, amministratore delegato di Gi Group. Delle quattro aree che compongono l’Indice, la fiducia nella propria azienda è, infatti, l’area cresciuta di più rispetto a settembre, seguita dalla fiducia nella propria situazione personale (+ 2); rimasta abbastanza stabile la fiducia nel mercato del lavoro (40 punti – 1 rispetto a settembre), mentre ha proseguito il trend negativo fin da giugno scorso la fiducia nelle istituzioni nazionali e sovra-nazionali ( 24 punti –2 rispetto a settembre e –3 rispetto a giugno). Al questionario hanno risposto circa 3.500 lavoratori dipendenti rappresentativi di tutte le categorie professionali e di tutto il territorio italiano, in prevalenza diplomati (37%) e laureati (31%) e appartenenti ad una fascia d’età compresa per lo più tra i 41 e i 50 anni (43%) e nella fascia 31-40 anni (34%). (9Colonne)

A SCUOLA DI FINANZA, PER SAPERSI DIFENDERE

Si sta finalmente ricominciando a parlare di educazione finanziaria. Lo scorso dicembre, negli Stati Uniti, il ministro del Tesoro Geithner e il ministro della Educazione Duncan hanno lanciato alcuni progetti di educazione finanziaria nelle scuole. Programmi di questo tipo sono già stati adottati in Inghilterra, uno dei primi paesi a documentare la mancanza di competenza finanziaria degli individui. Su lavoce.info Annamaria Lusardi, docente di Economia alla Dartmouth College, osserva che "se è importante che i giovani acquisiscano nozioni di economia e finanza prima e non dopo avere preso decisioni finanziarie, è altrettanto importante che possano avere accesso a queste informazioni a prescindere dalle loro condizioni sociali". Dagli studi condotti negli Stati Uniti è emerso che i giovani che hanno nozioni di finanza ed economia provengono da famiglie con alto livello di educazione (i genitori sono laureati) e alto livello di ricchezza (i genitori hanno risparmi pensionistici e investono nel mercato azionario). "Ma parlare di educazione finanziaria solo nelle scuole non basta, perché le decisioni finanziarie vengono prese a ogni età – osserva Lusardi -. E alcune di quelle più importanti sono proprie della vita adulta, come ad esempio quando andare in pensione e se trasformare o no in rendita la ricchezza pensionistica accumulata. In vari paesi, l’educazione finanziaria si fa nelle aziende. Se i governi e i datori di lavoro offrono pensioni che richiedono decisioni finanziarie da parte del singolo lavoratore, è utile offrire anche gli strumenti per prendere quelle più adeguate. Gli scettici sostengono che i piani di alfabetizzazione finanziaria sono costosi. In realtà la crisi ci insegna che è costoso non fare educazione finanziaria". (9Colonne)