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GRANDI IMPRESE: A TERMINE 7 CONTRATTI SU 10

Nei sei anni che vanno dal 2005 al 2010, il 71% delle assunzioni nelle grandi imprese è avvenuto con contratti a termine. Ciò non ha impedito, anzi forse ha contribuito al fatto che in questo arco di tempo il bilancio sia stato sconfortante: l’occupazione è infatti diminuita del 2,9%. Il primo motivo per cui in Italia si perde il lavoro non si chiama dunque licenziamento ma scadenza del contratto. La seconda causa sono quelle che l’Istat definisce cessazioni spontanee, la terza sono le uscite incentivate. I licenziamenti sono al quarto posto e pesano per il 7,5 per cento delle uscite nel 2010. Una quota intorno al 3% è costituita dalle uscite per raggiunti limiti di età. Benché riferiti solo alle grandi aziende, questi dati, resi noti ieri, sono forse il più chiaro preambolo al confronto sulla riforma del mercato del lavoro che governo e sindacati si accingono ad avviare. Un altro tema del negoziato sarà la semplificazione delle formule contrattuali, che attualmente sono una cinquantina. Il quotidiano La Stampa ha avuto la pazienza di elencarle tutte e il risultato è impressionante. Oltre al lavoro a tempo indeterminato, che è la méta più ambita, troviamo il tempo determinato, il lavoro a termine stagionale, i rapporti speciali in agricoltura, il part time e le sue varianti, tre tipologie dell`apprendistato, il contratto di inserimento, quello di reinserimento e quello di formazione e lavoro, le due formule della somministrazione, le cinque varianti del lavoro a chiamata e poi job sharing, lavoro a domicilio, telelavoro subordinato, contratto a progetto, collaborazione coordinata e continuativa, prestazioni occasionali, prestazioni autonome con partita Iva, associazione in partecipazione, buoni lavoro, stage, tirocini e altro ancora.. Se il problema è creare nuove imprese, questa giungla non aiuta. (9colonne)

FONDI UE, VENDOLA POLEMICO CON BARCA

Il presidente della regione Puglia Nichi Vendola ha scritto al ministro per la Coesione territoriale Fabrizio Barca questa lettera. "Gentile Ministro Barca, non mi pare corretto, da parte di un uomo della sua finezza culturale, spingere un contrasto di natura politico-istituzionale sul terreno scivoloso dei giudizi personali. Qui parliamo di Sud, non di psicanalisi. Di fondi europei, non di nevrosi caratteriali. E comunque, seppure chi le scrive soffrisse di sdoppiamento della personalità, le assicuro che entrambi i miei "io" tenderebbero sempre e in ogni caso alla rigidità comportamentale nei casi in cui si tratta di tutelare gli interessi della Puglia. Io le ho dato una mano a dicembre, non penso l’abbia dimenticato, per chiudere l’accordo con il quale si riscriveva il Piano per il Sud, consentendo al governo di diminuire significativamente l’intensità del co-finanziamento per la spesa comunitaria per le regioni dell’obiettivo convergenza. Ma non abbiamo affatto condiviso ciò che ora un documento del suo Dipartimento, sia pure nella confezione di un tavolo tecnico, tende ad annunciare. E cioè nuovi target di spesa per ognuno degli anni dell’attuale programmazione dei fondi europei. Non una ricognizione o un monitoraggio, Signor Ministro, ma nuovi, inediti e non concordati target il cui mancato rispetto prevede importanti riduzioni della quota di co-finanziamento. Lei sa, Signor Ministro, che la mia non è la lamentazione di chi non vuole sottoporsi allo sforzo congiunto per non disperdere i finanziamenti europei. Noi non abbiamo mai perso un euro rispettando sempre gli obbiettivi. Lei sa che, per ragioni tecniche e oggettive, il grosso della spesa si concentra sempre nel secondo semestre dell’anno. Lei capisce che con quei nuovi target ci viene messa una corda al collo. Così il governo fatalmente ci multerà, rastrellando risorse che (così è scritto non nella fantasia di una delle mie due personalità, ma nel documento) possono essere riversate anche alle regioni dell’obiettivo competitività (cioè a quelle del centronord). Se l’intenzione non era questa, ne sono felice. Basta togliere di mezzo quel documento, con i suoi evidenti equivoci, e possiamo con serenità ripartire nello spirito di quella "leale collaborazione" che chiede, per non essere una evocazione retorica, rispetto reciproco e rispetto della verità". (9colonne)

UN FALLIMENTO SU TRE PER RITARDI NEI PAGAMENTI

Nel 2011, quasi un fallimento su tre, stima la Cgia di Mestre, è stato causato dai ritardi nei pagamenti. A fronte di 11.615 imprenditori italiani che hanno portato i libri contabili in Tribunale, circa 3.600 (pari al 31% del totale) lo hanno fatto a causa dell’impossibilità di incassare in tempi ragionevoli le proprie spettanze. Una situazione, purtroppo, che non ha eguali in Europa. Come si è giunti alla soglia del 31% ? Secondo i dati Intrum Justitia, la percentuale di aziende che in Europa falliscono a causa dei ritardati pagamenti è pari al 25% del totale. Se teniamo conto che nel nostro Paese i ritardi superano la media europea di 26 giorni, la Cgia stima che la nostra media nazionale oltrepassa il 30% del totale. Indubbiamente anche la crisi economica ha contribuito ad aggravare questa situazione. Infatti, il trend dei ritardi avvenuto in Italia in questi ultimi 4 anni è quasi raddoppiato (+97,5 %). Se, infatti, nel 2008 la media era di 27 giorni, l’anno scorso gli imprenditori italiani sono stati pagati mediamente con 53 giorni di ritardo. Se poi teniamo conto che i tempi medi effettivi di pagamento che si registrano in Italia sono i più elevati d’Europa (180 giorni se il committente è la Pubblica amministrazione, 103 giorni se il committente è un’azienda privata), la situazione che si è sviluppata in questi ultimi ani è drammatica: tra il 2008 ed il 2011 hanno fallito oltre 39.500 aziende. "Pur riconoscendo che questo Governo ha iniziato con il piede giusto – commenta Giuseppe Bortolussi segretario della Cgia di Mestre – è necessario che recepisca quanto prima la Direttiva europea contro il ritardo nei pagamenti. La mancanza di liquidità sta facendo crescere il numero degli ‘sfiduciati’, ovvero di quegli imprenditori che hanno deciso, nonostante i grossi problemi che si sono accumulati in questi ultimi anni, di non ricorrere all’aiuto di una banca. E’ un segnale preoccupante che rischia di indurre molte aziende a rivolgersi a forme illegali di accesso al credito, con il pericolo che ciò dia luogo ad un aumento dell’usura e del numero di infiltrazioni malavitose nel nostro sistema economico". Infine, sottolineano dalla Cgia, a livello territoriale è la Lombardia la Regione che ha subito il numero più elevato di fallimenti, sia in termini assoluti, sia quando si prende in considerazione l’incidenza ogni 10.000 imprese attive. L’anno scorso 2.613 imprenditori lombardi hanno portato i libri in Tribunale: praticamente ci sono stati 31,5 fallimenti ogni 10.000 aziende attive. (9colonne)

STRETTA CREDITIZIA, IL SUD SOFFRE DI PIU’

Farsi concedere un prestito o aprire una linea di credito è una chimera per una parte consistente delle piccole e medie imprese italiane, ovvero di quei 4 milioni e 100 mila imprenditori che rappresentano il 95,3% dell’universo delle imprese italiane. La stretta è stata decisamente forte, se oltre un milione e mezzo di imprenditori dichiara di aver avuto difficoltà ad accedere al credito. Quasi otto intervistati su dieci, inoltre, guardano con preoccupazione al rapporto con le banche attuale e, per la maggioranza degli intervistati, nei prossimi mesi la situazione peggiorerà ulteriormente. Questo il ritratto a tinte fosche del rapporto tra le banche e le imprese di piccole e medie dimensioni, in base all’indagine realizzata recentemente dall’Istituto Swg per la Cna. Vita dura, dunque, per la stragrande maggioranza degli imprenditori italiani. Il 78% delle piccole e medie imprese ritiene la stretta creditizia attuale decisamente peggiore rispetto a quella già nera del 2008 e 2009. A dimostrarsi in apprensione sono gli imprenditori di tutte le aree del paese, con punte acute al Sud Italia (83%) e tra coloro che operano nelle costruzioni (82%). Le difficoltà, inoltre, sembrano essere più evidenti per le micro imprese con un numero di dipendenti che va da 1 a 9 (situazione più grave per il 79%). Il dato non è solo percettivo. Nell’esperienza quotidiana e reale un milione e mezzo di imprenditori – pari al 35% del totale delle imprese sotto i 50 dipendenti – denuncia di aver avuto forti o consistenti difficoltà di accesso al credito. Situazione particolarmente complessa per coloro che hanno un’azienda al Sud, per le imprese di costruzioni e per quelle che aspettano fatture dalla Pubblica Amministrazione con scadenza oltre i 60 giorni. I criteri applicati per la concessione dei crediti o per l’apertura di linee di credito si sono notevolmente irrigiditi secondo il 56% degli imprenditori. Anche in questo caso le condizioni più aspre sono quelle evidenziate da chi vive nel Mezzogiorno (66%) e da chi ha un’impresa di costruzioni (70%), mentre le banche sembrano aver avuto un atteggiamento un po’ più morbido, ma comunque non accomodante, con chi lavora nella Pubblica Amministrazione (la sottolineaura dell’irrigidimento si ferma al 41%). Le previsioni per il futuro sono nere, anzi nerissime. Poche le speranze di miglioramento. Anzi, nella maggioranza degli intervistati (58%), è netta la previsione di un peggioramento dei rapporti con le banche. Da un punto di vista di dimensione aziendale, il futuro sembra essere particolarmente critico per le aziende medie (20-49 addetti) e per le micro-imprese. (9colonne)

INFLAZIONE, IMPRESE PESSIMISTE

Dall’1 al 20 dicembre 2011 si sono svolte le interviste dell’indagine trimestrale Banca d’Italia – Il Sole 24 Ore sulle aspettative di inflazione e crescita. Hanno partecipato 698 imprese con almeno 50 addetti, di cui 366 operanti nell’industria e 332 nel settore dei servizi. Le attese delle imprese sull’inflazione al consumo sono state riviste al rialzo (di 0,8 punti percentuali) rispetto alla rilevazione di settembre su tutti gli orizzonti temporali, al 3,3 per cento a sei mesi e al 3,4 a uno e a due anni. Esse si collocano su livelli superiori a quelli degli analisti professionali, in particolare sugli orizzonti più distanti. In dicembre il ritmo di crescita sui dodici mesi dei prezzi al consumo è stato del 3,7 per cento1, superiore di 1,7 punti percentuali rispetto alle aspettative rilevate nell’inchiesta di un anno prima. Le imprese hanno dichiarato di aver aumentato i propri prezzi di vendita del 2,1 per cento negli ultimi dodici mesi, mezzo punto percentuale in più di quanto riportato nell’indagine di settembre. L’aumento è stato superiore a quanto era stato anticipato un anno prima per lo stesso orizzonte temporale (1,4 per cento). I rincari più forti si sono registrati tra le imprese che operano nel comparto dei servizi (2,2 per cento) e al Centro (3,0 per cento). Nei prossimi dodici mesi le imprese prevedono di aumentare i propri prezzi di vendita dell’1,7 per cento, sostanzialmente in linea con le attese formulate in settembre (1,6 per cento); tra i fattori che influenzeranno la dinamica dei listini, si riduce il contributo dei corsi delle materie prime e del costo del lavoro, a fronte di una maggiore importanza assegnata alla variazione della domanda nel contenere le pressioni al rialzo. tre quarti delle imprese segnalano un peggioramento della situazione economica generale nello scorcio del 2011, mentre coloro che ne riportano un miglioramento rimangono al di sotto del 2 per cento. Il saldo negativo si è ulteriormente ampliato, a 74,0 punti percentuali; era già aumentato in modo considerevole nel sondaggio di settembre (62,2 punti, dai 13,7 di giugno). La quota di aziende che indicano un deterioramento della situazione economica generale è lievemente più contenuta al Centro e tra le imprese più grandi. Come nella precedente rilevazione, oltre metà delle imprese attribuisce probabilità nulla al verificarsi di un miglioramento della situazione economica generale nei prossimi tre mesi. Il pessimismo coinvolge anche le aziende esportatrici. (9colonne)

UMBRIA, FONDO PER LE COOP CHE INVESTONO

In Umbria le imprese cooperative potranno contare sui finanziamenti agevolati del Fondo regionale per la cooperazione per realizzare i propri progetti di sviluppo. Su proposta dell’assessore regionale allo Sviluppo economico, Vincenzo Riommi, la Giunta regionale ha infatti approvato le modalità operative del fondo con una disponibilità di 2 milioni e mezzo di euro. Un’attenzione particolare sarà rivolta alle iniziative promosse nell’area di crisi della "Antonio Merloni", alle quali è destinato un milione di euro, in attuazione dell’Accordo di programma per gli interventi di reindustrializzazione sottoscritto tra il Ministero dello Sviluppo economico e le Regioni Umbria, Marche ed Emilia Romagna. Attraverso il Fondo regionale, la cui gestione è stata affidata a Sviluppumbria, si continuerà a concedere come per il passato finanziamenti a tasso agevolato per i progetti di sviluppo delle imprese cooperative, ma con l’introduzione di alcune novità per accrescere l’efficacia dell’intervento. Per favorire un maggior numero di iniziative e garantire un accesso più agevole anche alle piccole e micro cooperative è previsto un tetto massimo di finanziamento, pari a 250mila euro, e uno minimo di 20mila euro. Sarà data priorità a quelle tipologie di investimento che, accanto all’innovazione e all’aumento degli standard qualitativi del processo produttivo, mirino anche al miglioramento del proprio approccio strategico, all’aggiornamento e alla riqualificazione professionale dei collaboratori, prevedendo specifici interventi di consulenza, formazione, utilizzo di nuove tecnologie per il miglioramento del processo produttivo, la conciliazione dei tempi di lavoro e famiglia, la sicurezza nell’ambiente di lavoro. L’accesso al Fondo sarà regolamentato da bandi annuali, emanati con le disponibilità assegnate dalla Giunta regionale, e i progetti saranno selezionati con una procedura a sportello in modo da semplificare l’iter di selezione e ridurre i tempi di risposta. Un comitato tecnico, di cui faranno parte esperti indicati dalle centrali cooperative, valuterà i progetti presentati per il finanziamento. Quanto al rimborso del credito concesso, è prevista una durata fino a cinque anni se il progetto riguarda esclusivamente l’acquisto di macchinari o attrezzature che salgono a un massimo di otto anni se il progetto comprende anche la costruzione, l’acquisizione, il rinnovo e l’ampliamento di fabbricati. (9colonne)

CREDITO, LA FRENATA DELLE FAMIGLIE

Nel primo semestre del 2011 la domanda di credito delle famiglie è risultata debole per i mutui per l’acquisto di abitazioni ed è leggermente cresciuta nella componente del credito al consumo. Secondo le attese degli intermediari, la seconda metà dell’anno sarebbe caratterizzata da una generale contrazione delle richieste di finanziamenti delle famiglie, leggermente più marcata per i mutui e nel Mezzogiorno. E’ quanto rileva uno studio della Banca d’Italia. Nella prima parte dell’anno al lieve recupero della domanda di nuovi mutui segnalato dalle banche maggiori si è contrapposto il calo, più marcato nel Nord Ovest, delle richieste rivolte alle banche piccole. Per contro, la flessione attesa per il secondo semestre riflette le indicazioni degli intermediari indipendentemente dalla classe dimensionale, e si estenderebbe in misura pressoché omogenea a livello territoriale. Nel primo semestre del 2011 i criteri di offerta adottati dalle banche per l’erogazione sia di mutui sia di credito al consumo hanno subito un nuovo inasprimento che dovrebbe proseguire – secondo le attese degli intermediari – anche nella seconda metà dell’anno. Nella prima parte del 2011 l’offerta di mutui è stata leggermente meno selettiva nelle regioni del Nord Ovest, mentre per il credito al consumo le politiche di erogazione dei prestiti sono risultate omogenee a livello territoriale. Nell’ultima parte dell’anno l’irrigidimento nella concessione del credito alle famiglie dovrebbe essere lievemente più marcato nelle regioni centrali per tutte le forme di finanziamento. Considerando la dimensione degli intermediari, la cautela nelle erogazioni emersa nel primo semestre è stata maggiore per le banche piccole, soprattutto nel Nord Ovest e nel Mezzogiorno del Paese, e senza significative differenze tra le diverse forme tecniche. Nella seconda metà dell’anno le politiche di offerta – pur permanendo selettive – dovrebbero invece risultare meno differenziate tra le varie classi di intermediari e tra le aree del Paese, salvo una maggiore prudenza nel comparto del credito al consumo nei confronti della clientela del Centro. L’irrigidimento delle condizioni di offerta di mutui alle famiglie registrato nel primo semestre dell’anno è pressoché interamente riconducibile all’ampliamento degli spread sui finanziamenti giudicati più rischiosi, soprattutto nel Nord Est; sulle quantità offerte l’orientamento è risultato sostanzialmente neutrale. Una rinnovata cautela è stata inoltre segnalata in fase di concessione del credito nel ricorso a credit standard solitamente utilizzati nell’erogazione di mutui, quali il rapporto tra il prestito concesso e il valore dell’immobile (loan-to-value ratio), o quello tra la rata del mutuo e il reddito disponibile delle famiglie. (9colonne)

BANCA D’ITALIA, SALVATORE ROSSI NEL DIRETTORIO

Il Consiglio Superiore della Banca d’Italia, su proposta del Governatore, ha nominato nel Direttorio il dott. Salvatore Rossi, che assumerà la qualifica di vice direttore generale. Rossi entra nel Direttorio della Banca d’Italia dopo aver ricoperto, dal maggio 2011, la carica di segretario generale e consigliere del Direttorio per i problemi della politica economica. Nel 2007, dopo aver diretto per sette anni il Servizio Studi, è nominato funzionario generale e direttore centrale per la Ricerca economica e le Relazioni internazionali. È membro del Consiglio di Presidenza della Società Italiana degli Economisti (SIE), dell’Istituto Affari Internazionali (IAI), della Commissione per la Garanzia dell’Informazione Statistica presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, del Consiglio di amministrazione dell’Istituto Adriano Olivetti (Istao), dello Eurosystem IT Steering Committee. Nato a Bari il 6 gennaio 1949, si laurea in matematica nel 1974 all’Università di Bari, con una tesi in Fisica Matematica . Nel 1975 vince una borsa di studio del Cnr per ricerche nel campo della matematica applicata. È autore di molti saggi su temi di economia internazionale, politica e storia economica, economia industriale. Ha pubblicato libri sull’integrazione dei mercati europei, sulla bilancia dei pagamenti e sulla politica economica italiana, sulla rivoluzione delle ICT, sulla crisi di crescita della nostra economia e i modi per uscirne, sull’economia italiana nella crisi globale. (9colonne)

BANCHE, OCCUPAZIONE STABILE

Nel 2010 le banche italiane hanno affrontato la difficile congiuntura mondiale senza importanti ricadute occupazionali. Ma in un contesto generale particolarmente critico, come industria bisogna continuare ad accrescere efficienza e dare prospettive di redditività. L’azione di controllo e razionalizzazione dei costi, anche del personale, resta fondamentale. Questa la sintesi della diciannovesima edizione del "Rapporto Abi 2011 sul mercato del lavoro nell’industria finanziaria", presentato a Roma dal Presidente dell’Abi, Giuseppe Mussari. L’organico ha subito un decremento intorno all’1% in linea con quello dell’economia italiana nel suo complesso. Tra le principali caratteristiche si confermano la stabilità (96% del totale occupati a tempo indeterminato, comprendendo gli apprendisti si arriva al 99%), la qualità professionale in crescita (con il 35% di laureati), e la "corsa" del personale femminile negli istituti di credito (43% sul complesso dei dipendenti). Sul fronte degli indicatori di costo in evidenza il permanere un gap a sfavore dei gruppi bancari italiani rispetto ai maggiori concorrenti europei. Il perdurare del ciclo economico negativo e le non incoraggianti previsioni per il futuro svantaggiano le banche commerciali, italiane e non, a favore degli intermediari concentrati su modelli di business più orientati verso attività finanziarie in senso stretto. Emerge che il costo del lavoro unitario, pari a 74.600 euro, è tra i più elevati nel panorama europeo, dove in media risulta pari a 56.800 euro. Il rapporto tra costo del lavoro e margine di intermediazione supera di 10 punti percentuali la media Ue (43% contro 33%). Nel confronto con i 5 maggiori mercati concorrenti (Francia, Germania, Olanda, Spagna e UK), in termini di media semplice tra gruppi bancari connazionali, si rileva un analogo differenziale, mentre, in termini di media ponderata, il gap a sfavore delle banche italiane risulta pari a circa 4 punti percentuale. Così anche il rapporto tra costi operativi e margine di intermediazione oltre 7 punti (73% contro la media Ue del 65%). Significativi recuperi di redditività si potranno avere, secondo l’Abi, solo proseguendo l’azione volta a contenere i costi operativi complessivi. (9colonne)

BASILICATA, QUATTRO AZIONI DI SISTEMA

Semplificazione amministrativa, contrasto al lavoro irregolare e promozione dei sistemi produttivi locali, contratti di rete e fondo di rotazione, credito d’imposta. Si arricchisce di quattro azioni di sistema, oggetto di altrettanti disegni di legge approvati dalla Giunta Regionale, il ventaglio degli strumenti messi in campo con "obiettivo 2012", il sistema di concertazione stabile con le parti sociali voluto dal presidente della Regione Basilicata Vito De Filippo. I quattro disegni di legge adottati sono tutti a costo zero. Il primo, su "Qualità dell’attività amministrativa e semplificazione amministrativa", si pone l’obiettivo della semplificazione dell’azione amministrativa, del miglioramento della qualità della formazione e della diffusione sempre più ampia degli strumenti digitali in un’ottica di efficienza dei servizi da dare a cittadini ed imprese. Il secondo disegno di legge riguarda invece la "Disciplina delle attività di contrasto al lavoro irregolare". Si mette in campo un potenziamento delle attività di controllo, allargandosi alle tematiche della sicurezza e dell’igiene, e parallelamente un meccanismo premiale a favore delle imprese rispettose delle regole. In estrema sintesi, tra le aziende che saranno sottoposte a controlli, quelle che risulteranno non in regola con le norme in materia di lavoro pagheranno multe il cui ricavato andrà a favore delle altre imprese controllate che sono risultate in regola. Ma non solo. Le imprese che vogliano ottenere benefici regionali, a qualsiasi titolo concessi, dovranno attestare il rispetto delle norme sul lavoro e, in caso di mancata osservanza delle norme stesse, in base alla gravità della violazione, potranno vedersi decurtati o attenuati i benefici stessi arrivando, nei casi più gravi, fino alla esclusione per tre anni da qualsiasi beneficio regionale. Si occupa di "misure finalizzate alla promozione dei sistemi produttivi locali e dei contratti di rete" il terzo disegno di legge. In base a quanto previsto dal testo, il Consiglio regionale nei 120 giorni successivi alla emanazione della legge provvede alla definizione dei criteri in base ai quali la giunta procederà alla individuazione dei sistemi produttivi locali (ciascuno contraddistinto da un proprio logo e una propria grafica) in territori caratterizzati da un’elevata concentrazione di imprese e attività produttive omogenee. A queste realtà, ogni anno, la giunta destinerà una quota di risorse del bilancio regionale per il finanziamento dei progetti di interesse generale. Quanto alle Reti d’impresa, viene ripresa l’esperienza già fatta in partnership con le Camere di Commercio ponendo la Basilicata ad essere la prima Regione che si avvia a legiferare in questa materia che ha trovato il suo definitivo assetto in tempi abbastanza recenti e, cioè, all’indomani della legge n. 122 del 30 luglio 2010. Si occupa, infine, di fondo di rotazione e credito d’imposta l’ultimo Ddl approvato dalla giunta. Tecnicamente si tratta di un intervento di integrazione della legge regionale 1/2009 che disciplina le misure che la Regione può adottare per lo sviluppo e la competitività dei sistemi aggiungendo questi due nuovi strumenti agevolativi a quelli già presenti. "Dopo che la più recente normativa di fonte statale ha aperto alle Regioni significativi margini di manovra rispetto all’utilizzo del Credito di Imposta e del Fondo di Rotazione – ha spiegato l’assessore Restaino – allo scopo di mettere la Regione Basilicata in condizione di poter utilizzare a pieno gli anzidetti strumenti, si è ravvisata l’opportunità di dare agli stessi una solida base giuridica". (9colonne)