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BTP-DAY, 350 MILA EURO DA PADOVA

"Compriamo titoli di Stato come gesto di fiducia, per dire che crediamo in noi stessi e nel nostro Paese, che possiamo farcela". Alla vigilia del Btp-Day di oggi lunedì 28 novembre, Padova rilancia la campagna trasversale alla società civile per la sottoscrizione dei titoli di Stato. Lo fa con l’iniziativa partita dal Consiglio direttivo della sezione Servizi innovativi e tecnologici di Confindustria Padova. Imprenditori e manager dell’informatica e dell’Ict, della consulenza aziendale e della comunicazione che hanno deciso di aderire in forma personale alla campagna e sottoscrivere titoli del debito pubblico. Una testimonianza attiva delle imprese, che in sole 72 ore ha già raccolto l’adesione spontanea di 14 imprenditori e manager per un impegno di sottoscrizione pari a 350.000 euro. Una risposta oltre le attese, che ha convinto il presidente della sezione Claudio Velasquez ad allargare la proposta a tutte le 240 imprese associate, che potranno aderirvi in forma assolutamente personale e volontaria. "E’ un segno di fiducia nella capacità dell’Italia di uscire dall’emergenza - spiega il presidente dei Servizi innovativi e tecnologici di Confindustria Padova, Claudio Velasquez -. Il livello dei tassi di interesse sui titoli del debito ha ricadute sulla vita di noi tutti e sul costo di finanziamento per famiglie e imprese. L’obiettivo può apparire simbolico, ma occorre andare al di là degli effetti immediati, quel che conta è il senso dell’impegno, diffondere la voglia esplicita di contribuire a invertire una tendenza bugiarda che ci penalizza. Ė per questo che crediamo nell’importanza del coinvolgimento straordinario di tutti i cittadini. Le azioni spontanee valgono spesso più delle misure forzose perché risvegliano l’orgoglio della società civile e il senso di appartenenza alla comunità nazionale. Investire sulla credibilità e stabilità del nostro Paese in questo momento credo sia un atto di responsabilità e di partecipazione, dà ai cittadini più forza per pretendere che anche la politica faccia appieno la sua parte". La politica, appunto. "Le tensioni sui mercati sono ancora alte - aggiunge Velasquez - la fiducia è indispensabile per ripartire, ma servono anche le riforme che l’Europa ci chiede. Il nuovo Governo è chiamato a scelte immediate e coraggiose. A cominciare da una riforma fiscale per lo sviluppo che allenti il peso su lavoratori e imprese. Siamo convinti che l’appoggio del Paese reale alle istituzioni contribuisca a ricreare quel clima di unità e coesione che oggi serve. Bene, quindi, anche l’impegno del sistema del credito con il Btp-Day, un impegno che mi auguro vada oltre questa iniziativa". (9colonne)

LA NUOVA ERA DELLA MONETA ELETTRONICA

Mario Monti dall’Aula di Palazzo Madama dichiara: "Occorre ulteriormente abbassare la soglia per l’uso del contante, favorire un maggior uso della moneta elettronica". Dichiarazione che nasce in primis dalla necessità di tracciare le transazioni monetarie a fronte di un’ evasione fiscale unica in Europa e che porta a definire importanti disposizioni di carattere legislativo come la possibile obbligatorietà della presenza e dell’ utilizzo del pos (il dispositivo per i pagamenti con carte di pagamento, prepagate, di debito e di credito), presso tutti gli esercizi commerciali. Il passaggio alla moneta elettronica è ovviamente necessario anche per la questione della sicurezza e dell’eliminazione del rischio di furti e falsificazioni che dilagano sempre più, oltre che per l’aspetto pratico del risparmio dei costi di stampa ed utilizzo materiali per le monete. Fra le varie realtà nel nostro paese che da tempo si muovono in questo settore, vi sono soprattutto quelle relative al mondo dei servizi, spinte dall’esigenza di innovare smaterializzando l’erogazione dei propri beni e servizi e quindi avanzando verso l’elettronico. E’ il caso della genovese QUI! Group, il cui presidente e fondatore, Gregorio Fogliani, da tempo ha sviluppato e immesso sul mercato una carta di pagamento prepagata ricaricabile attiva sui circuiti internazionali, che risponde in pieno all’esigenze attuali di sicurezza, tracciabilità e risparmio poiché, grazie ad un circuito sconti/punti collegato alla carta, consente un risparmio quotidiano sugli acquisti e grazie a moderni sistemi di alert, di tenere sotto controllo le spese; aspetto quest’ultimo da non sottovalutare in un momento di ridotto potere d’acquisto delle famiglie. Non solo, la stessa società ha messo a punto il sistema Electronic Money 2.0 che ha il suo fulcro in un pos di ultima generazione che nelle intenzioni del presidente di QUI! Group, costituirà una sorta di autostrada dei servizi, poiché sarà in grado di accettare e gestire tutte le transazioni carte di pagamento e servizi esistenti ad uso di ogni esercizio commerciale. Sebbene i numeri della diffusione dei pos in Italia non siano altissimi, QUI! Group, forte di una rete di centinaia di migliaia di esercizi affiliati ai propri circuiti realizzati sul territorio nazionale (per il buono pasto, i programmi loyalty come Sconti BancoPosta) ha già installato migliaia di pos anche nei piccoli esercizi di prossimità, che sono quindi in grado sin d’ora di accettare i pagamenti con carta, convinti anche dalla nuova possibilità di offrire all’utenza servizi supplementari di grande e comune utilità, come il pagamento delle utenze. (9colonne)

COSI’ LA CRISI ALIMENTA L’USURA

Sos Impresa ha divulgato in occasione del "No usura day" un documento sulla situazione che fa il punto sull’evoluzione del fenomeno nella crisi. 190mila imprese in tre anni dal 2008 al 2011 hanno chiuso i battenti per debiti o usura. Il numero dei commercianti coinvolti in rapporti usurai sono non meno di 200 mila unità, ma le posizioni debitorie vanno stimate in oltre 600 mila unità. Con la crisi è aumentato il numero degli usurai oggi saliti da circa 25 mila ad oltre 40 mila. Cresce anche quella fascia che potremmo definire usurai dalla "faccia pulita". Mentre le denunce sono sempre poche e la giustizia è lentissima: in pratica il reato di usura appare come se fosse depenalizzato. Oggi, il bacino che alimenta l’usura è costituito da tanti piccoli imprenditori e famiglie impoverite. L’attuale fase economica fa pagare al piccolo commercio e alla piccola imprenditoria il prezzo più alto. Secondo un’elaborazione della Confesercenti, nell’ultimo triennio, per vari motivi sono state oltre 242.000 i piccoli commercianti al dettaglio che hanno cessato la propria attività. A cui bisogna aggiungere oltre 300.000 imprese artigiane. L’usura in particolare costringe alla chiusura cinquanta aziende al giorno e ha bruciato, nel corso del 2010, circa 130.000 posti di lavoro. Anche i tentativi di salvataggio della propria attività avvengono in un circuito di marginalità economica, su cui l’usura allunga le sue mani. Il fenomeno colpisce in larga parte persone mature, intorno ai cinquant’anni, che hanno sempre operato nel commercio e che hanno oggettive difficoltà a riconvertirsi nel mercato del lavoro e, quindi, tentano di tutto per evitare il protesto di un assegno, il fallimento della loro attività. Solitamente sono commercianti che operano nel dettaglio tradizionale, come alimentaristi, fruttivendoli, gestori di negozi di abbigliamento e calzature, fiorai, mobilieri. Sono queste le categorie che oggi pagano, più di ogni altro comparto, il prezzo della crisi.

Si stimavano agli inizi del 2000 in circa 25.000 il numero degli usurai in attività. Oggi sono saliti ad oltre 40.000, per la gran parte soggetti noti all’Autorità Giudiziaria. Tra questi anche un’usura di mafia, ovvero gestita dalla criminalità mafiosa e organizzata. Ma il fenomeno usuraio ha subito, nell’ultimo decennio e in contemporanea con l’aggravarsi della crisi economica, una pericolosa evoluzione. La figura dell’usuraio classico, (di strada, di quartiere, sul posto di lavoro), è destinata a esaurirsi per lasciare spazio a un usuraio organizzato, ben collegato agli ambienti professionali e che si avvale di connivenze con professionisti di alto livello. È un’usura dalla faccia pulita, i cui attori protagonisti, occulti o meno, occupano rispettabili posti nell’ambiente sociale in cui agiscono. Senza generalizzare, sarebbe assolutamente errato farlo, si tratta di alcuni imprenditori, commercialisti, avvocati, notai, bancari. Conoscono, per professione, bene i meccanismi del mercato del credito legale, e, spesso, conoscono perfettamente le condizioni economiche delle proprie vittime. (9colonne)

CONFESERCENTI-ISPO: UN PAESE SPAVENTATO

Un Paese che vive con grande preoccupazione le difficoltà economiche attuali e che guarda con pessimismo al futuro. È questa l’Italia che il governo Monti ha appena ereditato: lo rivelano i dati dell’ottava indagine sulla crisi dell’Osservatorio Confesercenti-Ispo, conclusasi poco prima delle dimissioni dell’esecutivo Berlusconi. Da giugno a oggi, balza dal 57% al 71% la quota di italiani assolutamente convinta che il peggio non sia passato, mentre sale dal 27% al 42% la percentuale di persone preoccupata per il futuro del suo stesso posto di lavoro. La paura colpisce giovani e adulti: il 95% degli studenti teme per il futuro del mercato del lavoro, e nella fascia d’età tra i 55 e i 64 anni si diffonde il timore per il bilancio familiare, probabilmente legato alla messa in discussione del sistema previdenziale. Balza in alto la preoccupazione legata alla crisi: la stragrande maggioranza degli intervistati (96%) non pensa che la crisi stia finendo. Tra questi, da segnalare l’aumento degli spaventati: la percentuale di persone che non sono assolutamente d’accordo con l’idea che il peggio sia alle nostre spalle sale dal 57% di giugno al 71% di oggi. A temere di più il protrarsi della crisi sono i giovani: soprattutto quelli di età compresa tra i 18 e i 24 anni (88%) e chi nella propria famiglia ha vissuto la perdita del lavoro o situazioni di cassa integrazione (84%). Tra i pessimisti anche chi ha un titolo di studio elevato (75%) e i giovani adulti tra i 35 e i 44 anni (75%). Al sud la percentuale maggiore di pessimisti (77%), mentre sono solo il 65% nel Nord-Ovest, il 68% nel Nord-Est e il 69% al Centro. Nel computo per categorie politiche, si dicono meno d’accordo con l’idea che il peggio sia passato soprattutto gli apolitici (79%), seguiti da chi si ascrive all’area di Sinistra/Centrosinistra (75%). Più rilassati gli italiani di Destra/Centrodestra (55%) e Centro (52%). Letteralmente "quattro gatti" gli ottimisti: solo il 4% degli intervistati, infatti, ritiene di aver ormai superato il momento più acuto di criticità. Secondo 8 italiani su 10 (81%) la "crisi ha messo in ginocchio le aziende di piccole dimensioni più di quelle grandi". Significativamente, il timore è più alto 86%, nel Nord-Est. A livello nazionale, sono più che convinti della crisi della piccola impresa il 38% degli intervistati e abbastanza convinti il 43%. La preoccupazione investe anche il posto di lavoro. I preoccupati sono il 93%: si dicono "molto" in apprensione il 42%, abbastanza il 35% e "un poco" il 16%. Anche in questo caso si assiste a una rapida ascesa dei molto preoccupati, che erano il 27% a giugno contro il 42% di oggi. Stavolta la preoccupazione investe di più il nord-est, dove temono decisamente per il proprio lavoro il 50% delle persone. Seguono il Centro (46% di "molto preoccupati") e il Sud (43%). Più tranquilli nel Nord-Ovest, dove i molto preoccupati sono solo il 34%. (9colonne)

BOERI E GARIBALDI: DIECI RIFORME A COSTO ZERO

Dieci grandi riforme a costo zero. Le hanno individuate Tito Boeri e Pietro Garibaldi nel libro “Le riforme a costo zero” edito da Chiarelettere. Ecco alcuni stralcio dell’introduzione. "La prima riforma riguarda il governo dell’immigrazione, sin qui solo subita dal nostro paese. Il capitale umano che arriva da noi attraverso l’immigrazione è una risorsa troppo importante per essere gestita in questo modo. Occorre investire nell’integrazione degli immigrati riducendo al contempo i costi per chi li accoglie. La seconda riforma affronta la transizione tra scuola e lavoro, cerca di prosciugare il bacino immenso di giovani che oggi in Italia non sono né al lavoro né impegnati in un corso di studi e si basa su due cardini fondamentali: il contratto unico a tutele progressive e l’apprendistato universitario. La terza riforma riguarda la contrattazione salariale e l’introduzione di un salario minimo. Può servire anch’essa a migliorare l’utilizzo del capitale umano e a evitare forti emorragie occupazionali durante le recessioni. Nel riformare la contrattazione è fondamentale affrontare il problema delle rappresentanze sindacali. Si può fare molto a partire dall’accordo raggiunto a fine giugno 2011 da Cgil, Cisl, Uil e Confindustria. Servirà a migliorare la produttività, ad aumentare il lavoro nel Mezzogiorno e ad attrarre più investitori verso il nostro paese. La quarta riforma riguarda la macchina dello Stato e gli incentivi dei dipendenti pubblici. Si tratta di installare un nuovo motore per la macchina dello Stato incentivando comportamenti virtuosi nel pubblico impiego, premiando le amministrazioni (piuttosto che i singoli), anziché introdurre nuove regole cervellotiche quanto inutili come fatto sin qui. La quinta riforma guarda al lavoro autonomo e, in particolare, agli ordini professionali. Si tratta di avere professionisti più liberi e ordini trasparenti: sono tanti piccoli cambiamenti di regole che, in sé, possono apparire insignificanti e di scarso impatto sulla crescita, ma che in realtà, nel loro insieme, possono essere dirompenti contro il conservatorismo di chi ha in mano le leve del potere ai vari livelli e raccoglie una fetta consistente del nostro capitale umano. La sesta riforma serve a incoraggiare il lavoro di più persone nella stessa famiglia, rendendole meno vulnerabili a eventi avversi e attivando il capitale umano oggi largamente inutilizzato delle donne. È una miniriforma fiscale che trasforma le detrazioni per coniugi e gli altri familiari a carico in sussidi condizionati all’impiego. Servirà anche a rafforzare il potere contrattuale delle donne nelle scelte di suddivisione delle responsabilità familiari. La settima riforma si rivolge al sistema pensionistico e prevede l’estensione a tutti delle regole del metodo contributivo nel determinare l’età di pensionamento, nonché le riduzioni e gli incrementi delle pensioni associati a un ritiro dalla vita lavorativa prima o dopo aver raggiunto i 65 anni di età. L’ottava riforma riguarda l’accesso al credito per chi vuole crescere, per le imprese che vogliono diventare più grandi, e richiede di procedere su piani diversi: la riforma della legge sull’usura, il superamento delle interconnessioni presenti a vari livelli nel nostro sistema di corporate governance, una authority per le fondazioni e la separazione fra banche e società di gestione del risparmio. La nona riforma guarda alla selezione della classe politica. Proponiamo di avere meno politici sia a livello nazionale, sia locale, per sceglierli meglio. Riteniamo utile anche impedire ai politici di cumulare i compensi da parlamentari con quelli di altre attività e di modificare le regole di determinazione dei loro compensi indicizzandoli alla crescita del reddito pro capite degli italiani. La decima riforma, infine, vuole costruire una costituency, un partito a favore delle riforme. Lo fa allargando il voto ai sedicenni e cambiando i criteri di calcolo delle quiescenze in modo tale da incentivare la fascia più consistente del nostro elettorato, i pensionati, a sostenere politiche per la crescita. Se tutte le riforme indicate in precedenza fossero messe in atto, noi pensiamo che l’Italia sarebbe certamente sulla buona strada per ritrovare lo spirito della crescita". (9colonne)

MILANO, UNA RETE CONTRO LA CRISI

Sarà venerdì 11 novembre "Facciamo rete contro la crisi", un evento per ascoltare il mondo imprenditoriale e delineare gli strumenti urgenti da adottare per rilanciare lo sviluppo economico. Lo organizza la Camera di commercio di Milano che presenterà le iniziative più rilevanti dell’Ente a sostegno delle imprese. L’obiettivo è quello di dare voce agli imprenditori che avranno la possibilità di esprimere le loro considerazioni e presentare le loro proposte intervenendo direttamente durante la giornata o attraverso la partecipazione alle iniziative multimediali previste. I temi del convegno: allearsi per crescere: le nuove reti d’impresa, allearsi per vincere la sfida globale: Expo e internazionalizzazione Pmi, sviluppo delle imprese e patrimonializzazione per un credito più accessibile. Tra i partecipanti: Carlo Sangalli, presidente Camera di commercio di Milano, Pietro Scott Jovane, amministratore delegato Microsoft Italia, Ivan Malavasi, presidente R.ETE. Imprese Italia, Alberto Meomartini, presidente Assolombarda, Giorgio Squinzi, amministratore unico Gruppo Mapei S.p.A., Alessandro Profumo, Appeal Strategy and Finance Chairman, Giuseppe Sala, amministratore delegato Expo 2015 S.p.A., Bruno Ermolli, presidente Promos, Enrico Pazzali, amministratore delegato Fiera Milano, Giuseppe Mussari, presidente ABI, Giacomo Vaciago, ordinario di Politica Economica e Finanziaria Università Cattolica. Renato Mannheimer, presidente Ispo Ricerche, presenterà una ricerca sull’andamento dell’economia milanese ottobre 2011 e sulle previsioni 2012. "Ascoltare le imprese e reagire alla crisi – ha dichiarato Carlo Sangalli, presidente della Camera di commercio di Milano – è ancora più necessario in questa fase incerta e molto difficile del nostro Paese. Milano ha un compito importante in quanto punto di riferimento del sistema imprenditoriale italiano. Sono convinto che sia il momento di dare voce alle imprese per definire le iniziative più urgenti da realizzare". Tra le imprese – secondo un’indagine della Camera di commercio di Milano - c’è voglia di rete, l’utilità e la convenienza emerge come strategia anti-crisi: in particolare per abbattere i costi e per essere quindi più competitivi sui mercati (per il 13%), per avere più possibilità di accesso al credito (11%) e per mettere in comune conoscenze e informazioni (per il 10%). E così il 13% degli imprenditori si dichiara disposto a dare avvio a una rete di impresa, in particolare nel settore del commercio (16%) e delle costruzioni (15%). (9colonne)

COSI’ LE BANCHE VALUTANO LE IMPRESE

Nelle decisioni di affidamento, poco meno del 90 per cento delle banche classifica tra i fattori prioritari di valutazione delle imprese i dati quantitativi utilizzati al di fuori di un algoritmo formale di scoring (come ad esempio il grado di utilizzo delle linee di credito accordate o la frequenza degli sconfinamenti). Informazioni qualitative o la conoscenza personale del cliente rivestono un ruolo di rilievo per quasi il 50 per cento delle banche locali a fronte di un terzo delle banche maggiori. E’ quanto si legge nel Rapporto sull’economia regionale pubblicato nei giorni scorsi dalla Banca d’Italia. Una sensibile differenza nei fattori di valutazione riguarda la disponibilità di garanzie, giudicata fondamentale solo dal 12 per cento delle banche maggiori rispetto a circa il 30 per cento delle banche locali; tale percentuale arriva a poco meno del 50 per cento per quelle con sede al Centro. Infine, le grandi banche non citano mai tra i fattori fondamentali il fatto che l’impresa cliente appartenga a sistemi produttivi locali, quali reti d’impresa, distretti e altro, mentre una banca locale su tredici vi attribuisce un’importanza primaria. I sistemi di rating sono citati tra i principali fattori di valutazione da due terzi delle banche medio-grandi, mentre sono meno rilevanti nel giudizio delle banche locali, in particolare quelle con sede al Nord. (9colonne)

“IL SISTEMA BANCARIO NON E’ FONTE DI INSTABILITA’”

La Banca d’Italia ha pubblicato in questi giorni il secondo Rapporto sulla stabilità finanziaria. "Il sistema finanziario internazionale – si legge nell’intoduzione - è attraversato da tensioni profonde. Il ridimensionamento delle prospettive di crescita globale e l’avversione al rischio hanno acuito i timori degli operatori circa la solidità degli emittenti, pubblici e privati, con alto indebitamento. Gli orizzonti di investimento si sono ridotti; è cresciuta la preferenza per le attività a basso rischio. Le tensioni hanno investito l’Italia, provocando un significativo aumento dei premi sui titoli sovrani. Nel giudizio degli investitori la nostra economia risente dell’alto debito pubblico e della bassa crescita. Ma essa presenta elementi di forza, esaminati in questo Rapporto: la tendenza al riequilibrio dei conti pubblici; il basso indebitamento privato; l’assenza di squilibri sul mercato immobiliare; il contenuto debito estero. Il sistema bancario italiano non è fonte di instabilità. La sua posizione patrimoniale è solida; sarà ulteriormente rafforzata nell’ambito delle iniziative in corso a livello europeo. Le analisi contenute nel Rapporto mostrano però che esso sta subendo i contraccolpi delle tensioni sul debito sovrano e del rallentamento congiunturale. Simili tensioni investono i sistemi bancari degli altri maggiori paesi, ma con minore intensità. Per riconquistare la fiducia degli investitori e ridurre in maniera permanente il rischio sovrano, per preservare la stabilità del sistema finanziario è necessario proseguire con decisione nell’azione di risanamento delle finanze pubbliche. Con pari determinazione vanno rimossi gli ostacoli a uno sviluppo sostenuto dell’economia. L’impegno assunto in sede europea a ridurre il debito pubblico e avviare un ampio programma di riforme strutturali va onorato, con rapidità e coerenza". (9colonne)

FAS, FONDI SBLOCCATI PER TRE REGIONI

Via libero definitivo da parte del Governo allo sblocco del piano attuativo regionale del Fas (il fondo per le aree sottoutilizzate) delle Regioni Emilia Romagna, Lombardia e Umbria. Lo ha annunciato il ministro per i Rapporti con le Regioni, Raffaele Fitto, in una conferenza stampa a Palazzo Chigi insieme ai presidenti Vasco Errani, Roberto Formigoni e Catiuscia Marini. Fitto ha spiegato che si tratta di 714 milioni di euro per la Lombardia, 241 milioni per l’Emilia Romagna, 213 milioni per l’Umbria. ‘’Risorse immediatamente disponibili e frutto di un proficua collaborazione. Nei prossimi giorni ci sarà lo sblocco per le altre Regioni'’ ha spiegato Fitto. Il presidente della Regione Emilia Romagna, Vasco Errani, ha spiegato che sul piano attuativo regionale del Fas dell’Emilia Romagna ‘’ci sono stati ritardi evidenti ma oggi è stato compiuto un passo importante'’. Da una parte Errani ha evidenziato che ora ‘’toccherà recuperare questi ritardi'’, dall’altra ha riconosciuto che ‘’se siamo arrivati qui nonostante le incertezze, i ritardi e la riduzione dei fondi, lo si deve al lavoro del ministro Fitto'’. Il valore del Par dell’Emilia Romagna è di 502,2 milioni di euro, di cui 241,28 milioni di euro a carico del Fas. Gli interventi previsti, che attuano un’ampia strategia regionale in stretta coerenza con l’intera programmazione in materia di sviluppo, sono incentrati prevalentemente sul rafforzamento della dotazione infrastrutturale dei settori: Reti e mobilità (oltre 240,7 milioni di euro, pari al 47,9% del Programma);Valorizzazione delle risorse naturali e culturali (153 milioni di euro, 30,5% del Programma); Difesa del suolo (75,4 milioni di euro, 15% del Programma); Risorse idriche e fognarie (21,9 milioni di euro, pari al 4,4% del Programma). Quanto invece ai fondi per finanziare il trasporto pubblico locale potrebbero essere inseriti nel maxiemendamento: ‘’Ne stiamo ancora parlando - ha spiegato Formigoni - l’importante è che si avvii a conclusione questa questione. Se poi la soluzione non si trova oggi ma martedì non cambia nulla'’. Il presidente della Regione Umbria, Catiuscia Marini, ha apprezzato il metodo adottato dal Governo per sbloccare i piani attuativi regionali dei Fas delle Regioni del centronord. La Marini ha auspicato ‘’che lo stesso metodo di confronto, evitando così decisioni unilaterali, venga adottato anche su altri settori, a cominciare dal Tpl'’. Per quello che riguarda l’Umbria il valore delle risorse complessive mobilitate grazie al Par è di 831,9 milioni di euro, di cui 213,7 milioni di euro a carico del Fas, mentre le rimanenti risorse sono a carico dei fondi strutturali europei, FESR e FSE, pure nella disponibilità del territorio umbro. ‘’La strategia e le linee di intervento del PAR sono espressione di un percorso che ha visto momenti di confronto collettivi di cui siamo orgogliosi - ha chiarito Errani – e dunque i progetti non troveranno ostacoli perché sono frutto di piena condivisione'’. (9colonne)

LIBRI: “LE BANCHE E L’ITALIA”

Il ruolo delle banche nella storia d’Italia e il loro contributo all’unificazione, all’integrazione nazionale e allo sviluppo economico del "nuovo" Stato fino ai giorni nostri. Per celebrare il centocinquantesimo anniversario dell’unità nazionale e dare un contributo alla riflessione in atto

sulla storia del Paese a partire dal Risorgimento, l’Abi ha promosso un progetto di ricerca per analizzare e mettere a fuoco i nessi esistenti fra la società civile, l’economia e l’attività degli intermediari bancari. La ricerca – affidata a un pool di storici, studiosi, economisti e giuristi coordinati dal prof. Leandro Conte dell’Università di Siena – è stata pubblicata nel volume "Le Banche e l’Italia. Crescita economica e società civile, 1861-2011", edito da Bancaria Editrice. Al libro è allegato il dvd "Le Banche in Luce" che racconta la storia bancaria attraverso le immagini dell’Archivio storico dell’Istituto Luce. L’opera è stata presentata a Roma nel corso di una giornata di studi alla presenza del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. "Le imprese bancarie italiane – ha sottolineato il presidente dell’Abi, Giuseppe Mussari, nella prefazione al volume - producono lavoro, ricchezza, benessere, sviluppo e il più prezioso dei beni pubblici: la stabilità finanziaria a difesa del risparmio. La solidità delle banche è fondamentale per il Paese: senza banche forti e competitive non c’è crescita né sviluppo. È dalla consapevolezza della solidità delle proprie radici storiche che le banche italiane debbono trarre la forza per affrontare e vincere le sfide del presente e del futuro, rafforzando il proprio ruolo nel tessuto sociale del Paese, accanto a famiglie e imprese". "Le Banche e l’Italia" declina la storia bancaria nazionale degli ultimi 150 formulando per ciascun contesto gli stessi interrogativi: cosa ha determinato i cambiamenti delle relazioni tra settori produttivi e ceti sociali? Quali agenti – banche, imprese, associazioni, uomini politici, partiti – hanno influito di più sul cambiamento? Come si legano gli avvenimenti che hanno dato senso storico al processo d’integrazione nazionale e crescita economica? Strutturati intorno a questi interrogativi, i saggi sono resi coesi da due temi comuni, le modalità con cui la banca entra nell’insieme delle relazioni istituzionali e nelle relazioni economiche della comunità nazionale. Attraverso questi temi si delinea la storia del rapporto tra banche e Italia intorno a coppie di parole chiave e in base a una scansione temporale che identifica quattro macro-periodi: crescita (del reddito pro capite) e Nazione (1861-1914); credito (all’industria) e Stato (1915-1945); sviluppo (economico) e Repubblica (1946-1990); concorrenza (giustizia distributiva) ed Europa (1991-2011). Per ciascun periodo storico sono state esaminate le trasformazioni del mercato bancario e finanziario, l’evoluzione dell’esercizio del credito, l’intermediazione fra risparmio e investimento e i riflessi di questa attività su passato e presente del Paese, mettendo in evidenza gli elementi che hanno favorito l’unificazione e la successiva integrazione del tessuto sociale ed economico italiano e cercando nuovi strumenti interpretativi con cui leggere il presente e orientare l’azione futura. (9colonne)