25% IMPRESE IMMIGRATI NON HA RAPPORTI CON BANCHE
Oltre un quarto delle imprese gestite da immigrati non ha mai avuto relazioni con le banche, nemmeno attraverso l’apertura di un conto corrente. Meno di un quinto richiede prestiti al sistema creditizio, preferendo l’autofinanziamento o il sostegno di amici e parenti. Le comunità che meno si rivolgono agli istituti di credito sono quelle cinesi e africane. Sono alcune delle considerazioni contenute nel Rapporto "Finanza e comportamenti imprenditoriali nell’Italia multietnica", realizzato da Unioncamere, Nomisma e Crif. Le cose, nei primi sei mesi dell’anno, si sono fatte più difficili, perché fattori congiunturali e strutturali hanno reso le imprese con titolare straniero (309.000 di cui oltre il 77% guidate da cittadini extracomunitari e poco meno del 23% comunitari) ancora più "a rischio". L’imprenditoria immigrata ha continuato a crescere anche nel 2009, tanto che la componente extracomunitaria, nel I semestre 2009, ha messo a segno un saldo positivo di 6.489 imprese. Malgrado la progressiva diffusione delle imprese straniere, questi imprenditori sembrano rivolgersi in prevalenza a tipologie di finanziamento più vicine al credito al consumo. Dall’indagine condotta da Nomisma emerge che gli imprenditori cui è stato rifiutato il prestito da parte della banca (il tasso di rifiuto medio è pari al 24,1%) potevano offrire scarse garanzie.
Tuttavia, solo il 25% delle imprese alle quali è stato rifiutato il prestito rinuncia definitivamente al progetto di spesa: il restante 75% lo realizza ugualmente, facendo ricorso a forme di finanziamento informali rese disponibili da parenti e familiari, amici e conoscenti. "Da luglio a settembre - ha evidenziato il presidente di Unioncamere, Ferruccio Dardanello - la popolazione immigrata ha contribuito a determinare quasi il 70% della crescita delle ditte individuali, confermandosi così uno dei principali fattori di tenuta del nostro tessuto produttivo. La consuetudine delle relazioni con i servizi bancari, però, è ancora debole. L’augurio è che questo processo di avvicinamento al sistema creditizio acceleri, affinché queste aziende abbiano modo di rafforzare la propria struttura, integrandosi ulteriormente con il mondo produttivo nazionale". Secondo il viceministro allo Sviluppo economico Adolfo Urso "se da un lato occorre promuovere una maggiore integrazione degli imprenditori immigrati nel sistema produttivo e creditizio italiano dall’altro, appaiono altrettanto necessari comportamenti rispettosi delle regole di mercato da parte di questo nuovo tessuto imprenditoriale, per impedire una concorrenza basata esclusivamente sulla riduzione dei costi che pregiudicherebbe profondamente le condizioni operative del sistema produttivo nazionale". (9Colonne)

























