BANCA ETICA: +24% I CREDITI EROGATI NEL 2011

La finanza etica conferma ancora una volta la sua capacità di tenuta e il suo ruolo anticiclico in questa gravissima crisi economica. Banca Etica ha chiuso il 2011 registrando – per il terzo anno consecutivo – una crescita a due cifre nei volumi. La raccolta di risparmio ha raggiunto quota 717 milioni, pari all’11,7% in più rispetto al 2010, mentre i crediti erogati sono pari a 540,8 milioni (+ 23,9% sul 2010). Cresce anche il capitale sociale della Banca che registra nel 2011 un aumento del 14%. "Sono risultati che ci rendono orgogliosi – dice il direttore generale di Banca Etica, Mario Crosta – perché in questa fase di credit crunch e di sofferenza per l’economia reale, stiamo riuscendo a far crescere il nostro sostegno alle imprese sociali, grazie anche al numero sempre più consistente di risparmiatori che scelgono Banca Etica. Nel 2011 Banca Etica ha finanziato iniziative straordinarie che coniugano efficienza e solidarietà e inclusione sociale. Tra tutte mi piace ricordare i primi esperimenti in Italia di Workers Buyout: i dipendenti di aziende fallite salvano i loro posti di lavoro costituendosi in cooperativa e rilevando la ditta grazie all’investimento degli ammortizzatori sociali e al nostro finanziamento. Con questi numeri possiamo progettare un’ulteriore crescita di Banca Etica sui territori e lo sviluppo di nuovi servizi e nuove convenzioni in particolare con le imprese della cooperazione sociale che proprio nel 2012 celebrano l’anno internazionale". "C’è un’economia sana, che tutela l’ambiente, produce energia da fonti rinnovabili, rispetta i diritti umani, aggrega le persone per la difesa dei beni comuni e la promozione di sviluppo umano che ha bisogno di credito – aggiunge il presidente di Banca Etica, Ugo Biggeri -. Banca Etica permette ai cittadini e imprese di finalizzare il proprio risparmio a sostegno di queste iniziative. E’ ora che anche il legislatore incoraggi la validità di queste scelte. Attualmente, invece, la finanza etica, pur non essendo in alcun modo complice delle bolle finanziarie che hanno innescato la crisi, si trova a pagarne le conseguenze, sia in termini di inasprimento delle normative che impongono una capitalizzazione sempre più consistente e difficile da raggiungere per gli istituti medio-piccoli e non speculativi, sia in termini di peggioramento indiscriminato delle imposizioni fiscali anche a carico dei piccoli risparmiatori che scelgono la finanza etica e che andrebbero invece agevolati. Chi affida i suoi risparmi a Banca Etica vuole essere protagonista delle proprie scelte finanziarie, non abbocca agli specchietti per le allodole degli istituti che, a caccia di liquidità, promettono alti rendimenti derivanti da attività speculative a scapito del sostegno all’economia reale, ma per esempio sceglie certificati di deposito o carte di credito dedicate a specifiche realtà del proprio territorio o di livello nazionale impegnate per il bene comune. Non solo i Governi devono fare la propria parte, ma anche i risparmiatori devono diventare consapevoli che con le loro scelte di risparmio decidono quale tipo di economia sostenere. Oggi chi non vuole alimentare il circo della speculazione può dire: non con i miei soldi". (9colonne)

ISRAELE ED EMIRATI ARABI LEADER NELL’INNOVAZIONE

General Electric ha diffuso oggi i risultati del secondo "Barometro dell’Innovazione globale", studio che esamina lo stato dell’innovazione industriale nell’economia globale, condotto attraverso interviste a 3000 dirigenti d’azienda. Lo studio, commissionato da GE e condotto dalla società di consulenza indipendente StategyOne, ha l’obiettivo di identificare vettori e deterrenti per l’innovazione e analizzare le sfide da affrontare. I risultati confermano come le aziende continuino a credere nell’innovazione come driver principale per la crescita, la competitività e la creazione di lavoro, rivelando anche come ambienti economici e politici difficili ed incerti possano indebolire la capacità di innovare. Il proseguire delle incertezze nell’economia mondiale ha avuto un forte impatto, con 9 aziende su 10 che riferiscono difficoltà nell’accedere a fondi esterni o di un mutamento in senso conservativo nella propensione al rischio. Nello specifico, l’88 percento delle aziende registra maggiori difficoltà nell’accedere al capitale di rischio, ad investimenti privati e a fondi governativi, mentre il 77% riporta una riduzione o rivalutazione della volontà dell’azienda di assumersi rischi. Per i dirigenti intervistati, innovazione e competitività sono più connesse che mai. I Paesi in cui le politiche in tema d’innovazione sono percepite come competitive hanno registrato maggiore crescita economica. I dirigenti di Israele, Emirati Arabi Uniti, Svezia e Singapore hanno riportato i livelli di soddisfazione più alti nei confronti delle politiche di innovazione dei rispettivi Paesi, mentre Giappone, Russia, Polonia e Francia sono i più "insoddisfatti" tra i Paesi presi in esame. La ricerca mostra che gli investimenti interni delle imprese nell’innovazione, dai budget stanziati per ricerca e sviluppo fino alla ricerca di nuovi prodotti o modelli aziendali, sono particolarmente a rischio quando la comunità imprenditoriale percepisce un deterioramento delle politiche governative a sostegno dell’innovazione. Lo studio rileva anche che le imprese stanno superando il tradizionale modello chiuso d’innovazione per abbracciare un nuovo paradigma fondato sulla collaborazione tra i diversi partner, che valorizzi il potere creativo delle piccole organizzazioni e degli individui e studi soluzioni su misura per soddisfare esigenze locali. I leader d’impresa di tutto il mondo convengono nell’affermare che le grandi innovazioni del 21° secolo riguarderanno la condivisione del valore, l’attenzione alle esigenze umane e agli utili in contrapposizione al solo profitto. (9colonne)

DIECI PROPOSTE DI LIBERALIZZAZIONE A COSTO ZERO

Glocus e Istituto Bruno Leoni hanno presentato il rapporto “Liberalizzare e crescere. Dieci proposte al governo Monti” che contiene una serie di proposte di liberalizzazioni a costo zero per il bilancio dello Stato. Il rapporto, illustrato dai curatori Linda Lanzillotta (presidente di Glocus ed ex ministro degli Affari regionali) e Carlo Stagnaro (direttore ricerche e studi dell’IBL) è stato discusso da Marcello Clarich (LUISS Guido Carli), Carlo Scarpa (Università di Brescia) e dai responsabili economici dei maggiori partiti: Benedetto Della Vedova (FLI), Stefano Fassina (PD), Gian Luca Galletti (UDC) e Claudio Scajola (PDL). Il rapporto fornisce soluzioni tecniche per introdurre la concorrenza in dieci settori chiave dell’economia italiana: mercato del gas, poste, professioni, servizi pubblici locali, ferrovie, fondi pensione, welfare, lavoro, giustizia, istruzione ed università. Il dossier fornisce inoltre i dettagli degli interventi normativi che, secondo i due think tank, sono indispensabili per rilanciare la crescita economica in un paese come l’Italia, il cui Pil è stagnante da un ventennio per via dello scarso dinamismo dell’economia, dovuto all’eccesso di rendite monopolistiche che i settori produttivi devono sostenere. Il rapporto "fornisce elementi di approfondimento relativi al ‘come’ intervenire, ossia su quali siano le tipologie di riforma che è necessario mettere in atto per restituire dinamismo e vivacità all’economia italiana". E’ infatti sul ‘come’ che generalmente la decisione politica si è arenata o ha portato a soluzioni parziali e inefficaci. Alla redazione del rapporto ha collaborato un team di studiosi composto da Silvio Boccalatte, Cristina Dell’Aquila, Piercamillo Falasca, Ivana Paniccia, Sara Perugini, Emilio Rocca, Serena Sileoni, Vincenzo Visco Comandini. Del coordinamento editoriale si sono occupati Claudia Cavalieri e Filippo Cavazzoni, mentre il rapporto è stato curato da Lanzillotta e Stagnaro. (9colonne)

ROSARIO AMODEO: VITA D’IMPRESA, IMPRESE DI UNA VITA

Illustrazione di un percorso professionale: così Rosario Amodeo definisce così il suo "Navigazione in mare calmo", (Guerini e Associati, 2011, euro 19,50) precisando di non aver voluto scrivere "la storia delle aziende che ho conosciuto". Il comune lettore si sente un privilegiato, seguendo le varie fasi di questo percorso professionale (iniziato all’ Olivetti nel 1962 e terminato in Engineering, la più importante azienda privata di ingegneria informatica del nostro paese, quotata alla Borsa Italiana, dove Amodeo lavora a tutt’oggi): è invitato a partecipare a un viaggio inedito, attraverso il mondo delle multinazionali (Ibm, General Electric, Univac, Singer, Sibicar) e di realtà italiane come Cerved e Engineering, guidato dall’autore, protagonista medesimo del racconto, che scrive non solo i fatti, ma anche le intenzioni, i pensieri, le riflessioni, i dubbi, le opinioni e tutte le considerazioni personali, che accompagnano le scelte e l’agire, in genere relegate nel non detto. Siamo ai piani alti della dirigenza, fino agli amministratori delegati e ai presidenti delle maggiori società, accessibili a pochissimi, di fronte ai personaggi vip dell’ economia italiana, sulle prime pagine dei media, che Amodeo incontra come datori di lavoro, interlocutori e collaboratori. Siamo di fronte a un racconto dall’interno e dell’interno dei meccanismi economici e produttivi. Chi legge, vede realizzarsi la possibilità insperata di sentire come batte il cuore di chi lavora a quel livello, che cosa pensano quei personaggi principali della nostra economia, perché prendono una decisione piuttosto che un’altra, quando e come fanno carriera. I meccanismi di potere. Amodeo, tracciando la storia della sua crescita professionale, aiuta il lettore a capire quale formazione serva per arrivare a quei piani, quanta ambizione bisogna coltivare, come accettare le sfide, i cambiamenti e le mancate promozioni, quanta consapevolezza occorra nelle verifiche e nelle valutazioni, quando entrare, quando uscire e quando rimanere. Come cercare il posto, a cui si aspira nel mondo del lavoro e nella società e quali correzioni fare. Come si fa una gara in competizione con la più forte Ibm (negli anni sessanta si riteneva possibile colmare in tempi brevi il gap fra Olivetti-Oge e la multinazionale!). Il mondo dei venditori e quello degli sviluppatori. L’importanza dell’intelligenza, applicata alle relazioni e agli affetti. Il ruolo della moglie, della propria casa, degli amici e del privato. La cultura in genere, e in particolare la formazione storica, permettono all’autore la conquista di un particolare equilibrio tra oggettività e soggettività, per cui la ricostruzione dei fatti è fedele al metodo storico, anche se prevede la comunicazione delle proprie idee e delle personali opinioni su persone e situazioni. In nome della verità storica sono riferiti i fatti e nome e cognome di chi li ha compiuti, anche quando non sono esemplari, senza nessun cedimento moraleggiante, nè valutazioni di carattere etico, del tutto estranee allo stile del libro, appassionato nel dire di sé e del mondo. Il libro è dedicato ai sei nipoti dell’autore, giustamente. È, infatti, un testo utile alle più giovani generazioni, come studio sul fortunato iter professionale di un laureato alla ricerca del primo lavoro, in coincidenza con gli anni del boom economico italiano. E nascono immediate le riflessioni sulla ben diversa situazione occupazionale dei laureati di oggi in una Italia in recessione. Le numerose citazioni, i riferimenti culturali, le note e la precisione del racconto servono, soprattutto a conoscere i personaggi, le modalità e la distribuzione del lavoro di aziende illuminate, come la Olivetti, dalla nascita al declino, con un respiro "patriottico" da parte dell’autore. Le risonanze politiche e la parte del libro che approfondisce i rapporti di Amodeo con il Pci, aiutano il lettore a capire la complessità e la diversità della sinistra nella società d’allora. In Italia, specie negli ambienti professionali di cui tratta il libro, un comunista era un diverso e l’autore narra la sua personale differenza nella diversità. Il testo può essere letto anche come il racconto di una società al maschile: in quei piani alti non si incontrano che uomini; nessuna donna aveva responsabilità da dirigente e i nomi al femminile si riferiscono a segretarie. Pochissime le eccezioni: Enrica Collotti Pischel, una sinologa illustre;Liliana Ferraro, direttore generale degli affari penali al ministero della Giustizia; la signora Clarkson, impiegata presso il Provveditorato Generale dello Stato; Mara Bini, segretaria che in pochi anni diventa dirigente presso Univac e Maria Deneva, amministratore delegato bulgaro. E oggi? Una lezione di storia e di vita, utile a individuare gli elementi vincenti, necessari per ripartire nel nostro tempo tecnologico e digitale, in crisi, lontano dall’Italia del boom, lo stesso bisognoso di cultura, coraggio e sapere imprenditoriale. (Marilena Menicucci / 9colonne)

STRETTA CREDITIZIA, IL SUD SOFFRE DI PIU’

Farsi concedere un prestito o aprire una linea di credito è una chimera per una parte consistente delle piccole e medie imprese italiane, ovvero di quei 4 milioni e 100 mila imprenditori che rappresentano il 95,3% dell’universo delle imprese italiane. La stretta è stata decisamente forte, se oltre un milione e mezzo di imprenditori dichiara di aver avuto difficoltà ad accedere al credito. Quasi otto intervistati su dieci, inoltre, guardano con preoccupazione al rapporto con le banche attuale e, per la maggioranza degli intervistati, nei prossimi mesi la situazione peggiorerà ulteriormente. Questo il ritratto a tinte fosche del rapporto tra le banche e le imprese di piccole e medie dimensioni, in base all’indagine realizzata recentemente dall’Istituto Swg per la Cna. Vita dura, dunque, per la stragrande maggioranza degli imprenditori italiani. Il 78% delle piccole e medie imprese ritiene la stretta creditizia attuale decisamente peggiore rispetto a quella già nera del 2008 e 2009. A dimostrarsi in apprensione sono gli imprenditori di tutte le aree del paese, con punte acute al Sud Italia (83%) e tra coloro che operano nelle costruzioni (82%). Le difficoltà, inoltre, sembrano essere più evidenti per le micro imprese con un numero di dipendenti che va da 1 a 9 (situazione più grave per il 79%). Il dato non è solo percettivo. Nell’esperienza quotidiana e reale un milione e mezzo di imprenditori – pari al 35% del totale delle imprese sotto i 50 dipendenti – denuncia di aver avuto forti o consistenti difficoltà di accesso al credito. Situazione particolarmente complessa per coloro che hanno un’azienda al Sud, per le imprese di costruzioni e per quelle che aspettano fatture dalla Pubblica Amministrazione con scadenza oltre i 60 giorni. I criteri applicati per la concessione dei crediti o per l’apertura di linee di credito si sono notevolmente irrigiditi secondo il 56% degli imprenditori. Anche in questo caso le condizioni più aspre sono quelle evidenziate da chi vive nel Mezzogiorno (66%) e da chi ha un’impresa di costruzioni (70%), mentre le banche sembrano aver avuto un atteggiamento un po’ più morbido, ma comunque non accomodante, con chi lavora nella Pubblica Amministrazione (la sottolineaura dell’irrigidimento si ferma al 41%). Le previsioni per il futuro sono nere, anzi nerissime. Poche le speranze di miglioramento. Anzi, nella maggioranza degli intervistati (58%), è netta la previsione di un peggioramento dei rapporti con le banche. Da un punto di vista di dimensione aziendale, il futuro sembra essere particolarmente critico per le aziende medie (20-49 addetti) e per le micro-imprese. (9colonne)

INFLAZIONE, IMPRESE PESSIMISTE

Dall’1 al 20 dicembre 2011 si sono svolte le interviste dell’indagine trimestrale Banca d’Italia – Il Sole 24 Ore sulle aspettative di inflazione e crescita. Hanno partecipato 698 imprese con almeno 50 addetti, di cui 366 operanti nell’industria e 332 nel settore dei servizi. Le attese delle imprese sull’inflazione al consumo sono state riviste al rialzo (di 0,8 punti percentuali) rispetto alla rilevazione di settembre su tutti gli orizzonti temporali, al 3,3 per cento a sei mesi e al 3,4 a uno e a due anni. Esse si collocano su livelli superiori a quelli degli analisti professionali, in particolare sugli orizzonti più distanti. In dicembre il ritmo di crescita sui dodici mesi dei prezzi al consumo è stato del 3,7 per cento1, superiore di 1,7 punti percentuali rispetto alle aspettative rilevate nell’inchiesta di un anno prima. Le imprese hanno dichiarato di aver aumentato i propri prezzi di vendita del 2,1 per cento negli ultimi dodici mesi, mezzo punto percentuale in più di quanto riportato nell’indagine di settembre. L’aumento è stato superiore a quanto era stato anticipato un anno prima per lo stesso orizzonte temporale (1,4 per cento). I rincari più forti si sono registrati tra le imprese che operano nel comparto dei servizi (2,2 per cento) e al Centro (3,0 per cento). Nei prossimi dodici mesi le imprese prevedono di aumentare i propri prezzi di vendita dell’1,7 per cento, sostanzialmente in linea con le attese formulate in settembre (1,6 per cento); tra i fattori che influenzeranno la dinamica dei listini, si riduce il contributo dei corsi delle materie prime e del costo del lavoro, a fronte di una maggiore importanza assegnata alla variazione della domanda nel contenere le pressioni al rialzo. tre quarti delle imprese segnalano un peggioramento della situazione economica generale nello scorcio del 2011, mentre coloro che ne riportano un miglioramento rimangono al di sotto del 2 per cento. Il saldo negativo si è ulteriormente ampliato, a 74,0 punti percentuali; era già aumentato in modo considerevole nel sondaggio di settembre (62,2 punti, dai 13,7 di giugno). La quota di aziende che indicano un deterioramento della situazione economica generale è lievemente più contenuta al Centro e tra le imprese più grandi. Come nella precedente rilevazione, oltre metà delle imprese attribuisce probabilità nulla al verificarsi di un miglioramento della situazione economica generale nei prossimi tre mesi. Il pessimismo coinvolge anche le aziende esportatrici. (9colonne)

GLI INVESTIMENTI TRA ECONOMIA E PSICOLOGIA

In un momento di difficoltà per la borsa italiana, e non solo, caratterizzata da una elevata volatilità, che rende particolarmente complesso e problematico il calcolo del rischio finanziario, può risultare senz’altro utile dedicarsi alla lettura di un saggio, uscito di recente nelle librerie: “La mente finanziaria: economia e psicologia al servizio dell’investitore” (Ed. Il Mulino, 2011). Ne è autore Riccardo Ferretti, professore di Economia degli Intermediari Finanziari presso la Facoltà di Scienze della Comunicazione e dell’Economia dell’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, di cui è stato anche il primo preside. Il volume, scritto in collaborazione Enrico Rubaltelli e Rino Rumiati, entrambi psicologi dell’Università di Padova, affronta il tema delle scelte dell’investitore circa l’allocazione del proprio risparmio. Tutte le indagini nazionali e internazionali rilevano un livello di educazione finanziaria assolutamente insufficiente come ha purtroppo dimostrato la vicenda dei mutui subprime e dei connessi titoli tossici. La scienza economica ha da tempo individuato delle “regole” per una buona gestione dei risparmi che non richiedono doti straordinarie, anzi sono espressamente pensate per chi non possiede la sfera di cristallo. Le “regole” fondamentali da rispettare non sono molte, ma hanno il difetto di essere state confezionate assumendo che il singolo individuo abbia comportamenti razionali. La psicologia insegna che nella realtà l’investitore non è un lucido calcolatore, ma un “soggetto emotivo” che non può restare concentrato a lungo e non è in grado di utilizzare grandi quantità d’informazioni. Dunque è essenziale per gli investitori allargare le conoscenze finanziarie ai processi cognitivi. Una educazione finanziaria insufficiente produce gravi rischi personali e sistemici, come abbiamo purtroppo sperimentato nella crisi partita dai subprime e precipitata a cascata sul sistema economico globale. “Con questo libro – afferma il prof. Riccardo Ferretti– l’intendimento degli autori è quello di aiutare l’investitore in qualsiasi scelta debba affrontare. Lavorando insieme, economisti e psicologi, si è tratteggia la figura dell’investitore razionale, assunto dalla teoria economica, e quella dell’investitore reale, descritto dagli studi psicologici. Il volume non manca di dare suggerimenti concreti su come strutturare il portafoglio di investimenti, cioè la ripartizione della ricchezza fra titoli rischiosi e titoli sicuri. Tutti i capitoli sono suddivisi in tre paragrafi: il primo dice cosa si dovrebbe fare, il secondo descrive come ci si comporta nella realtà, il terzo integra le due prospettive nel cosa fare per agire al meglio. Non si pretende di trasformare ogni investitore in un genio della finanza, quanto di far comprendere che l’investimento non è un atto estemporaneo ma un processo che parte dall’identificazione delle proprie esigenze e si sviluppa in una sequenza di passi successivi”. Gli autori sostengono che, dopo avere letto il libro, se “inizierete la chiacchierata col vostro consulente finanziario domandando ‘Hai un buon titolo da consigliarmi?’, allora avremo fallito. Se invece inizierete chiarendo, prima di tutto a voi stessi, la vostra condizione economica, perché investite, con quali obiettivi di rendimento, quanto volete rischiare e qual è il vostro orizzonte temporale, allora noi potremo ritenerci soddisfatti e voi non avrete sprecato tempo e denaro”. (9colonne)

LIBERTA’ ECONOMICA, ITALIA CENERENTOLA

Nel 2012 l’Italia vede ulteriormente scendere la sua libertà economica. Secondo la classifica annuale Heritage Foundation-Wall Street Journal, di cui l’Istituto Bruno Leoni è partner, il nostro Paese si ferma al 58,8 per cento, 1,5 punti percentuali in meno dell’anno scorso, conquistando la 92ma posizione (cinque in meno rispetto al 2011). L’Italia è classificata penultima nella graduatoria dei Paesi europei: peggio di noi solo la Grecia. Si tratta del terzo anno consecutivo nel quale si registra una riduzione della libertà economica italiana. Questa volta, a incidere negativamente sono soprattutto l’aumentare della corruzione percepita e l’incapacità, nonostante le diverse manovre, di mantenere sotto controllo la finanza pubblica, incidendo sullo stock del debito. Più in generale, i punti strutturalmente deboli per la libertà economica nel nostro Paese stanno nella spesa pubblica (valutata ad appena il 19,4 per cento, 9,2 punti in meno dell’anno scorso) e la libertà del lavoro (43 per cento), oltre alla più ampia incertezza del quadro normativo e all’insostenibile pressione fiscale. Commenta il presidente dell’Istituto Bruno Leoni, Nicola Rossi: "La stampa riporta, pressoché quotidianamente, nuove ipotesi allo studio per stimolare la crescita italiana ormai scomparsa da oltre un ventennio ma - com’è noto - non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere: la strada per ritrovare la crescita è scritta infatti con chiarezza e da anni nella graduatoria dell’Index of Economic Freedom. In particolare, il governo italiano - che si propone di fare ‘un decreto al mese’ per rilanciare la crescita - forse potrebbe fermarsi a riflettere: tutto lascia pensare che non sia quella la strada giusta". Il calo italiano si colloca in un contesto globale che, pure, sconta una crisi della libertà economica, frutto della reazione keynesiana di molti Paesi (specie nel mondo sviluppato) alla recessione. E’ proprio l’aumento della spesa pubblica, infatti, ad aver determinato l’interruzione di una tendenza verso la maggiore libertà economica nel mondo che si era manifestata quasi ininterrottamente da quando la redazione dell’Indice è iniziata, 18 anni fa, fino al 2008. “A dispetto delle letture neokeynesiane, resta robusta l’evidenza della correlazione tra la libertà economica e la crescita, da un lato, e la riduzione della povertà, dall’altro. A questo proposito, è significativo che la classifica della libertà economica di quest’anno veda il ritorno del Cile e l’ingresso delle Mauritius fra i 10 Paesi più liberi al mondo”, nota il direttore generale dell’IBL Alberto Mingardi. La classifica è ancora una volta guidata da Hong Kong, Singapore e Australia, mentre gli Stati Uniti occupano la decima posizione. All’interno dell’Unione Europea, il Paese più libero è l’Irlanda (76,9 per cento, nona posizione), mentre il meno libero è la Grecia (55,4 per cento, 119ª posizione). L’Italia è penultima tra gli Stati membri dell’Ue. L’Indice della libertà economica è costruito attraverso dieci indicatori sintetici che, sulla base dei dati forniti dalle maggiori organizzazioni internazionali, consentono di “schematizzare” la libertà economica, attraverso una serie di variabili che misurano l’invadenza dello Stato (come la pressione fiscale e la spesa pubblica), la qualità della regolamentazione e la certezza del diritto, l’autonomia degli attori economici nel condurre le loro attività (per esempio il mercato del lavoro o gli adempimenti necessari ad avviare o condurre attività produttive), la qualità del sistema giudiziario, la corruzione, eccetera. (9colonne)

MUTUI: NON PIACE IL TASSO MISTO

Nonostante possa essere la scelta giusta in questi momenti di incertezza economica, solo il 2% di chi chiede un mutuo sceglie il tasso misto. A dirlo è il comparatore Mutui.it (www.mutui.it), che ha esaminato oltre 400.000 preventivi di mutuo compilati sul sito negli ultimi mesi. La stretta creditizia, gli spread delle banche saliti oltre il 4% e i bassi tassi della BCE rendono la situazione davvero complessa per chi sta cercando di comprare casa e il rischio di incorrere in un investimento sbagliato è alto; proprio per questo, la scelta del tasso da applicare per stabilire l’ammontare della rata diventa fondamentale. "In tempi di incertezza economica – afferma Alberto Genovese, amministratore delegato di Mutui.it – è una reazione naturale puntare a un tasso di interesse che non ci riservi soprese nei prossimi anni; ecco perché il tasso fisso sembra riscuotere un interesse sempre maggiore. Eppure diverse tipologie di mutuo, come quelle a tasso misto, potrebbero rivelarsi più vantaggiose, soprattutto perché più flessibili". Va detto che esistono diverse tipologie di mutuo a tasso misto: le più comuni danno al mutuatario la possibilità di modificare, a scadenze definite, il tipo di tasso – passando da fisso a variabile o viceversa – rinegoziandolo in base all’andamento del costo del denaro e alla situazione macro (o micro) economica. Altri mutui di questo tipo, invece, impostano un tasso variabile (quindi una rata più bassa) nella prima fase di finanziamento, per poi successivamente passare ad un tasso fisso che viene predefinito già in fase di stipula del contratto. Qualunque sia il mutuo misto scelto si tratta sempre, in sostanza, di strumenti che consentono al cliente di dotarsi di forme di flessibilità, adattando il tasso – e, quindi, anche la rata – alla situazione contingente di mercato o alle proprie disponibilità finanziarie del momento. Questa maggiore libertà dai vincoli che le altre tipologie di mutuo impongono ha, di contro, maggiori costi da parte delle banche (in termini di spread o di altre spese di rinegoziazione). Vista l’incertezza del momento però, il gioco potrebbe valere la candela, tenendo sempre presente che è comunque possibile surrogare il mutuo, senza sostenere spese aggiuntive, nel momento in cui gli spread torneranno a livelli più contenuti. Nell’ambito dell’indagine condotta tra le domande di tasso misto, Mutui.it ha rilevato che la richiesta media per questo tipo di finanziamento è di 147.000 euro, pari al 61% del valore dell’immobile che si intende ipotecare. Questo loan to value basso è una prova evidente che questi cittadini hanno maggior dimestichezza con prodotti finanziari più sofisticati, sono più consapevoli della situazione economica e del mercato del denaro. Hanno quindi messo da parte del denaro, prima di puntare all’acquisto: non a caso l’età media al momento della richiesta è di 38 anni, mentre la durata media del finanziamento è di 25 anni. (9colonne)

UMBRIA, FONDO PER LE COOP CHE INVESTONO

In Umbria le imprese cooperative potranno contare sui finanziamenti agevolati del Fondo regionale per la cooperazione per realizzare i propri progetti di sviluppo. Su proposta dell’assessore regionale allo Sviluppo economico, Vincenzo Riommi, la Giunta regionale ha infatti approvato le modalità operative del fondo con una disponibilità di 2 milioni e mezzo di euro. Un’attenzione particolare sarà rivolta alle iniziative promosse nell’area di crisi della "Antonio Merloni", alle quali è destinato un milione di euro, in attuazione dell’Accordo di programma per gli interventi di reindustrializzazione sottoscritto tra il Ministero dello Sviluppo economico e le Regioni Umbria, Marche ed Emilia Romagna. Attraverso il Fondo regionale, la cui gestione è stata affidata a Sviluppumbria, si continuerà a concedere come per il passato finanziamenti a tasso agevolato per i progetti di sviluppo delle imprese cooperative, ma con l’introduzione di alcune novità per accrescere l’efficacia dell’intervento. Per favorire un maggior numero di iniziative e garantire un accesso più agevole anche alle piccole e micro cooperative è previsto un tetto massimo di finanziamento, pari a 250mila euro, e uno minimo di 20mila euro. Sarà data priorità a quelle tipologie di investimento che, accanto all’innovazione e all’aumento degli standard qualitativi del processo produttivo, mirino anche al miglioramento del proprio approccio strategico, all’aggiornamento e alla riqualificazione professionale dei collaboratori, prevedendo specifici interventi di consulenza, formazione, utilizzo di nuove tecnologie per il miglioramento del processo produttivo, la conciliazione dei tempi di lavoro e famiglia, la sicurezza nell’ambiente di lavoro. L’accesso al Fondo sarà regolamentato da bandi annuali, emanati con le disponibilità assegnate dalla Giunta regionale, e i progetti saranno selezionati con una procedura a sportello in modo da semplificare l’iter di selezione e ridurre i tempi di risposta. Un comitato tecnico, di cui faranno parte esperti indicati dalle centrali cooperative, valuterà i progetti presentati per il finanziamento. Quanto al rimborso del credito concesso, è prevista una durata fino a cinque anni se il progetto riguarda esclusivamente l’acquisto di macchinari o attrezzature che salgono a un massimo di otto anni se il progetto comprende anche la costruzione, l’acquisizione, il rinnovo e l’ampliamento di fabbricati. (9colonne)