9 Gen, 2012
Nel primo semestre del 2011 la domanda di credito delle famiglie è risultata debole per i mutui per l’acquisto di abitazioni ed è leggermente cresciuta nella componente del credito al consumo. Secondo le attese degli intermediari, la seconda metà dell’anno sarebbe caratterizzata da una generale contrazione delle richieste di finanziamenti delle famiglie, leggermente più marcata per i mutui e nel Mezzogiorno. E’ quanto rileva uno studio della Banca d’Italia. Nella prima parte dell’anno al lieve recupero della domanda di nuovi mutui segnalato dalle banche maggiori si è contrapposto il calo, più marcato nel Nord Ovest, delle richieste rivolte alle banche piccole. Per contro, la flessione attesa per il secondo semestre riflette le indicazioni degli intermediari indipendentemente dalla classe dimensionale, e si estenderebbe in misura pressoché omogenea a livello territoriale. Nel primo semestre del 2011 i criteri di offerta adottati dalle banche per l’erogazione sia di mutui sia di credito al consumo hanno subito un nuovo inasprimento che dovrebbe proseguire secondo le attese degli intermediari anche nella seconda metà dell’anno. Nella prima parte del 2011 l’offerta di mutui è stata leggermente meno selettiva nelle regioni del Nord Ovest, mentre per il credito al consumo le politiche di erogazione dei prestiti sono risultate omogenee a livello territoriale. Nell’ultima parte dell’anno l’irrigidimento nella concessione del credito alle famiglie dovrebbe essere lievemente più marcato nelle regioni centrali per tutte le forme di finanziamento. Considerando la dimensione degli intermediari, la cautela nelle erogazioni emersa nel primo semestre è stata maggiore per le banche piccole, soprattutto nel Nord Ovest e nel Mezzogiorno del Paese, e senza significative differenze tra le diverse forme tecniche. Nella seconda metà dell’anno le politiche di offerta pur permanendo selettive dovrebbero invece risultare meno differenziate tra le varie classi di intermediari e tra le aree del Paese, salvo una maggiore prudenza nel comparto del credito al consumo nei confronti della clientela del Centro. L’irrigidimento delle condizioni di offerta di mutui alle famiglie registrato nel primo semestre dell’anno è pressoché interamente riconducibile all’ampliamento degli spread sui finanziamenti giudicati più rischiosi, soprattutto nel Nord Est; sulle quantità offerte l’orientamento è risultato sostanzialmente neutrale. Una rinnovata cautela è stata inoltre segnalata in fase di concessione del credito nel ricorso a credit standard solitamente utilizzati nell’erogazione di mutui, quali il rapporto tra il prestito concesso e il valore dell’immobile (loan-to-value ratio), o quello tra la rata del mutuo e il reddito disponibile delle famiglie. (9colonne)
5 Gen, 2012
Banca Etica ha aderito all’operazione straordinaria di finanziamento della BCE a 36 mesi accedendo a finanziamenti per un totale di 60 milioni di euro. "Questa operazione permetterà a Banca Etica di mantenere i ritmi sostenuti di crescita nell’erogazione del credito a favore delle imprese sociali in tutta Italia. Nel 2011, pur in presenza di una situazione economica e finanziari particolarmente difficile, il credito concesso da Banca Etica è cresciuto del 20%", ha spiegato il direttore generale dell’istituto, Mario Crosta. "Con la nuova liquidità messa a disposizione dalla BCE potremo finanziare sempre più imprese sostenibili e solidali. Stiamo anche studiando strumenti concreti per differenziare gli impieghi della nostra tesoreria in modo da investirla, in parte, in titoli delle istituzioni finanziarie legate al mondo cooperativo sia italiano che europeo. L’operazione straordinaria di rifinanziamento della BCE è sicuramente un utile strumento per sostenere l’economia reale. Auspichiamo che al più presto si decida anche di modificare la normativa di Basilea che, allo stato attuale, penalizza gli istituti di credito che come Banca Etica si sono sempre occupati esclusivamente di raccogliere risparmio per finanziare imprese e famiglie trattandole al pari di quelle che invece hanno innescato la crisi con operazioni speculative. Le nuove norme impongono infatti a tutte le banche un ingente rafforzamento patrimoniale per sostenere l’erogazione del credito, rafforzamento che per le banche come la nostra è particolarmente complesso da raggiungere". (9colonne)
4 Gen, 2012
La tendenza era già stata rilevata nel terzo trimestre dell’anno: maggiore attendismo da parte di chi ha capitali da investire, un calo nella domanda di prestiti, e, di conseguenza, una diminuzione delle compravendite per tutto il settore immobiliare. Lo sottolinea la quarta trimestrale dell’osservatorio di Mutui-internet.it che ha dato vita a un centro studi permanente per analizzare l’andamento del mercato on-line. L’importo medio richiesto dalle persone che si rivolgono al web per accendere un finanziamento si è attestato sui 152.640 euro (nel terzo trimestre era di 157.785) per un totale di quasi 2 miliardi di euro di importo finanziato richiesto degli oltre 13mila utenti che si sono rivolti a mutui-internet.it (nel terzo trimestre erano stati quasi 15mila). Nel dettaglio, delle 13.023 richieste pervenute il 76% sono state inoltrate per l’acquisto della prima abitazione; il 7,1% per ottenere surroghe (ossia la portabilità del proprio mutuo da una banca a un’altra), il 4,8% per l’acquisto della seconda abitazione, mentre il 5,5% per "sostituzione+liquidità". Il totale dei finanziamenti richiesti si è attestato sui 2 miliardi di euro (1.987.828.548 euro, per l’esattezza) per una media di finanziamento di 152.639 euro. La durata media dei finanziamenti è salita rimasta pressoché stabile rispetto al trimestre precedente assestandosi sui 26 anni, mentre il reddito medio dei richiedenti è di 2.077 euro. Le richieste dalla Sicilia sono aumentate nel quarto trimestre (7,25% del totale), mentre Lombardia e Lazio, rispettivamente con il 20,7 e il 14,6 per cento, sono le regioni italiane da cui provengono più richieste di finanziamenti in internet. (9colonne)
3 Gen, 2012
Il bilancio di 10 anni di moneta unica non è ritenuto positivo dagli italiani, il 57% dei quali valuta negativamente gli effetti dell’introduzione dell’Euro: appena il 40% ritiene sia stato un fatto positivo per il Paese. L’Euro non piace, ma solo una minoranza del 15% sarebbe propensa ad un ritorno alla lira: è infatti forte la consapevolezza, ribadita dal 76%, che le sovranità nazionali sono oggi troppo deboli per competere sui mercati mondiali, che quello della moneta unica è da considerarsi ormai un percorso ineludibile. Nella percezione dei due terzi dei cittadini, intervistati per la trasmissione televisiva Otto e Mezzo dall’Istituto di ricerche Demopolis, l’attuale crisi dell’Eurozona è dovuta prevalentemente alle speculazioni degli operatori finanziari, allo strapotere delle banche, alla crescente globalizzazione dell’economia mondiale, ma è determinata anche per il 51% degli italiani dall’assenza di una vera Unione Politica dei Paesi dell’Eurozona. L’economia europea resta soggetta ad elevata incertezza. E gli italiani ne sono pienamente consapevoli: per il 51%, il rischio "default" per il nostro Paese, non è ancora scongiurato. Come emerge dal trend dell’Istituto Demopolis, il timore del fallimento dell’Italia che aveva toccato il 64% nell’ultima settimana del Governo Berlusconi, era disceso al 42% dopo l’incarico a Mario Monti, per iniziare a risalire negli ultimi giorni: torna a diffondersi una certa sfiducia sulle prospettive di ripresa economica del nostro Paese. Secondo il 76% dei cittadini, con il Governo dei professori, l’Italia ha riacquistato piena credibilità all’interno dell’Unione Europea, ma poco più di un intervistato su tre crede che il nostro Paese eserciti un peso effettivo nelle decisioni comunitarie. Diffusa, secondo la ricerca di Demopolis, appare la convinzione che le scelte fondamentali siano assunte oggi in Europa dal cancelliere Angela Merkel o dall’asse franco tedesco. Solo tre su dieci credono ad una reale condivisione delle decisioni tra gli Stati membri. Negli ultimi mesi si è decisamente ridotto il gradimento degli italiani verso i due leader europei, considerati responsabili delle durissime misure che i nostri Governi hanno dovuto adottare negli ultimi mesi: la Merkel scende dal 63% di aprile all’odierno 40%; Nicolas Sarkozy, dal 48% del 2010 crolla, nelle simpatie degli italiani, al 23%. Cresce intanto nell’opinione pubblica la convinzione, espressa dal 46%, che l’Unione Europea tuteli più i poteri economici e finanziari degli stessi cittadini degli Stati membri. L’incerta gestione della crisi sta raffreddando l’atteggiamento verso le istituzioni comunitarie, con effetti negativi sullo storico sentimento europeista degli italiani: il 35% degli intervistati afferma di fidarsi oggi di meno dell’UE rispetto a due anni addietro. Per il 45% degli italiani, intervistati dall’Istituto di ricerche diretto da Pietro Vento, la situazione economica del Paese peggiorerà nei prossimi mesi. Sono infatti molti a pensare, in un clima di possibile recessione, che il rigore tedesco non basterà a salvare la moneta unica, e che l’Italia non potrà rispettare i nuovi vincoli senza ulteriori manovre per mettere in salvo la finanza pubblica. Appare molto diffusa, tra gli italiani, la convinzione che, nonostante i sacrifici imposti dal Governo, i tempi di uscita dalla crisi saranno ancora molto lunghi. (9colonne)
2 Gen, 2012
"Si è appena concluso un anno difficile per famiglie ed imprese, lasciando in eredità gli effetti di una lunga fase di crisi si legge in una nota di Confesercenti con la quale dobbiamo fare ancora i conti a causa della diffusa sfiducia sulla ripresa e per le difficoltà delle famiglie a far quadrare il proprio bilancio per arrivare alla fine del mese. I consumi in caduta libera ed un PIL certificato a -0,2 % nel terzo trimestre, fanno il resto. I provvedimenti varati dal Governo nella fase uno erano quantitativamente inevitabili, ma la carta bianca concessa alle grandi strutture commerciali, accompagnata dall’autunnale aumento di un punto dell’IVA e la "promessa" di un’ulteriore crescita di due punti da ottobre prossimo, comporteranno enormi problemi per i consumi e per la rete commerciale urbana. Non è questa la via per favorire il rilancio della domanda interna, degli investimenti e dell’occupazione. Con questa impostazione la nostra economia nel 2012, rischia di entrare in recessione. Il nostro auspicio è che con la fase due il Governo Monti punti con decisione a mettere in campo provvedimenti più coraggiosi sul versante dei tagli della spesa pubblica, dei costi degli apparati e della politica e a rilanciare la crescita. Per raggiungere questo, bisogna far leva su quel grande patrimonio rappresentato dalle PMI, da accompagnare con una decisa azione volta ad allentare la morsa del fisco che in Italia raggiungerà livelli record: il 45% già dal 2012 ed il 46% dal 2013. L’auspicio per il nuovo anno è che il Governo, la politica, le parti sociali costruiscano un cammino condiviso per uscire dalla crisi, con quel senso di responsabilità e coesione già richiamato dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano". (9colonne)
22 Dic, 2011
Il Consiglio Superiore della Banca d’Italia, su proposta del Governatore, ha nominato nel Direttorio il dott. Salvatore Rossi, che assumerà la qualifica di vice direttore generale. Rossi entra nel Direttorio della Banca d’Italia dopo aver ricoperto, dal maggio 2011, la carica di segretario generale e consigliere del Direttorio per i problemi della politica economica. Nel 2007, dopo aver diretto per sette anni il Servizio Studi, è nominato funzionario generale e direttore centrale per la Ricerca economica e le Relazioni internazionali. È membro del Consiglio di Presidenza della Società Italiana degli Economisti (SIE), dell’Istituto Affari Internazionali (IAI), della Commissione per la Garanzia dell’Informazione Statistica presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, del Consiglio di amministrazione dell’Istituto Adriano Olivetti (Istao), dello Eurosystem IT Steering Committee. Nato a Bari il 6 gennaio 1949, si laurea in matematica nel 1974 all’Università di Bari, con una tesi in Fisica Matematica . Nel 1975 vince una borsa di studio del Cnr per ricerche nel campo della matematica applicata. È autore di molti saggi su temi di economia internazionale, politica e storia economica, economia industriale. Ha pubblicato libri sull’integrazione dei mercati europei, sulla bilancia dei pagamenti e sulla politica economica italiana, sulla rivoluzione delle ICT, sulla crisi di crescita della nostra economia e i modi per uscirne, sull’economia italiana nella crisi globale. (9colonne)
21 Dic, 2011
Il Pil è sceso dello 0,2% congiunturale, nel terzo trimestre 2011, ed è salito dello 0,2% tendenziale (cioè rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso). La crescita acquisita nel 2011 - ha comunicato questa mattina l’Istat - è dello 0,5%, cioè il risultato che si otterrebbe se nel quarto trimestre la variazione congiunturale fosse nulla. Il calo congiunturale, in linea con le aspettative degli analisti, è il primo dal quarto trimestre 2009, quando il Pil accusò una flessione dello 0,1%. Il terzo trimestre del 2011 ha avuto due giornate lavorative in più rispetto al trimestre precedente e una giornata lavorativa in meno del terzo trimestre 2010. La crescita acquisita per il 2011 è pari allo 0,5%. Tutte le componenti della domanda interna sono risultate in diminuzione. Le importazioni si sono ridotte dell’1,1%, le esportazioni sono cresciute dell’1,6%. La domanda nazionale al netto delle scorte ha sottratto 0,4 punti percentuali alla crescita congiunturale del Pil (-0,1 i consumi delle famiglie, -0,1 le spese della PA e -0,2 gli investimenti). Anche la variazione delle scorte ha contribuito negativamente alla crescita del Pil (-0,5 punti percentuali), mentre il contributo della domanda estera netta è stato positivo per 0,8 punti percentuali. Andamenti congiunturali negativi si rilevano per il valore aggiunto dell’agricoltura (-0,9%) e dell’industria (-0,1%). Il valore aggiunto dei servizi è rimasto stazionario. (9colonne)
20 Dic, 2011
La manovra così detta "salva-Italia" proposta dal governo Monti e attualmente all’esame del Parlamento "non soddisfa le aspettative di svolta verso l’equità e la sostenibilità auspicate da Banca Etica, che da oltre 13 anni lavora per promuovere un diverso modello di finanza al servizio dell’interesse collettivo". In una nota, Banca Etica ribadisce la necessità di trasformare la crisi in opportunità per rilanciare nel nostro Paese un sistema economico, sociale e fiscale che sia finalmente caratterizzato da equità, legalità e trasparenza. "Troppo timidi appaiono gli sforzi fatti dal Governo in questa direzione". Tra le misure che Banca Etica avrebbe voluto vedere nella manovra ci sono quelle che riguardano la finanza. "E’ ormai chiaro a tutti lo strapotere della finanza che sovrasta e distrugge l’economia reale e condiziona le scelte politiche dei Governi. I provvedimenti per ricondurre la finanza al suo originario scopo di facilitare l’allocazione di risorse economiche verso le imprese più meritevoli dovranno necessariamente essere adottati a livello internazionale, ma molte cose si possono fare anche a livello di singole nazioni. A partire da un più deciso schieramento dell’Italia a favore dell’introduzione, anche nella sola area euro, di una tassa sulle transazioni finanziarie capace di generare gettito per riparare i danni causati dalla finanza e soprattutto di arginare le operazioni più marcatamente speculative. Auspichiamo inoltre che il Governo Italiano faccia la sua parte per chiedere all’Autorità Bancaria Europea (Eba) di rivedere le nuove regole sulla capitalizzazione delle banche che allo stato attuale rischiano di costringere gli istituti a restringere ulteriormente l’erogazione del credito, con gravissimi danni per le famiglie e le imprese". (9colonne)
19 Dic, 2011
Nel biennio 2010-2011, i principali gruppi multinazionali italiani mostrano una significativa propensione all’espansione all’estero: infatti, oltre il 39% di quelli attivi nei servizi e più del 30% di quelli industriali hanno dichiarato di aver progettato o già realizzato nuovi investimenti di controllo all’estero. Lo rileva l’Istat. Produzione, distribuzione e logistica sono i comparti dei nuovi investimenti realizzati dai gruppi multinazionali industriali. La localizzazione dei nuovi investimenti esteri è principalmente orientata all’Ue15 e agli Altri paesi asiatici, incluso Vicino e Medio Oriente. Nel biennio 2010-2011, rispetto al 2008-2009, si riduce in misura significativa il peso dell’Unione Europea (Ue) come destinazione dei nuovi investimenti di controllo all’estero. Le nuove mete sono India, Stati Uniti e Canada, America Centro-meridionale. Risulta stazionario il peso relativo della Cina. Nel 2009 la presenza italiana all’estero si conferma rilevante e geograficamente diffusa, con oltre 21 mila controllate in 165 paesi, che impiegano 1,5 milioni di addetti con un fatturato di 378 miliardi. Le controllate nella manifattura (oltre 6.500 imprese) sono poco più della metà di quelle dei servizi non finanziari, ma rappresentano, in termini di addetti, il 47,2% del totale. La fabbricazione di macchine ed apparecchi meccanici, le industrie tessili e dell’abbigliamento e i mezzi di trasporto sono i settori industriali con la più ampia presenza all’estero in termini di occupazione. Le società finanziarie e il commercio assorbono oltre il 60% dell’occupazione nei servizi creata dalle multinazionali italiane in paesi diversi dall’Italia. Nei settori tradizionali e nella meccanica strumentale la presenza italiana è concentrata in un numero limitato di paesi. Romania (94 mila addetti), Brasile (69 mila) e Cina (69 mila) si confermano i principali paesi di localizzazione delle attività industriali. I servizi si concentrano, invece, negli Stati Uniti (104 mila addetti) e in Germania (65 mila). Le esportazioni attivate direttamente dall’estero rappresentano oltre il 30% del fatturato delle affiliate estere industriali. La spesa in R&S realizzata all’estero è concentrata nell’Ue27, nel Nord America e nel Centro e Sud America. L’accesso ai nuovi mercati continua a essere il principale vantaggio di operare direttamente all’estero; seguono, nell’industria, la logistica e il costo del lavoro. Gli accordi commerciali e le joint-venture rappresentano le modalità organizzative diverse dal controllo più adottate dalle multinazionali. (9colonne)
16 Dic, 2011
Nel 2010 le banche italiane hanno affrontato la difficile congiuntura mondiale senza importanti ricadute occupazionali. Ma in un contesto generale particolarmente critico, come industria bisogna continuare ad accrescere efficienza e dare prospettive di redditività. L’azione di controllo e razionalizzazione dei costi, anche del personale, resta fondamentale. Questa la sintesi della diciannovesima edizione del "Rapporto Abi 2011 sul mercato del lavoro nell’industria finanziaria", presentato a Roma dal Presidente dell’Abi, Giuseppe Mussari. L’organico ha subito un decremento intorno all’1% in linea con quello dell’economia italiana nel suo complesso. Tra le principali caratteristiche si confermano la stabilità (96% del totale occupati a tempo indeterminato, comprendendo gli apprendisti si arriva al 99%), la qualità professionale in crescita (con il 35% di laureati), e la "corsa" del personale femminile negli istituti di credito (43% sul complesso dei dipendenti). Sul fronte degli indicatori di costo in evidenza il permanere un gap a sfavore dei gruppi bancari italiani rispetto ai maggiori concorrenti europei. Il perdurare del ciclo economico negativo e le non incoraggianti previsioni per il futuro svantaggiano le banche commerciali, italiane e non, a favore degli intermediari concentrati su modelli di business più orientati verso attività finanziarie in senso stretto. Emerge che il costo del lavoro unitario, pari a 74.600 euro, è tra i più elevati nel panorama europeo, dove in media risulta pari a 56.800 euro. Il rapporto tra costo del lavoro e margine di intermediazione supera di 10 punti percentuali la media Ue (43% contro 33%). Nel confronto con i 5 maggiori mercati concorrenti (Francia, Germania, Olanda, Spagna e UK), in termini di media semplice tra gruppi bancari connazionali, si rileva un analogo differenziale, mentre, in termini di media ponderata, il gap a sfavore delle banche italiane risulta pari a circa 4 punti percentuale. Così anche il rapporto tra costi operativi e margine di intermediazione oltre 7 punti (73% contro la media Ue del 65%). Significativi recuperi di redditività si potranno avere, secondo l’Abi, solo proseguendo l’azione volta a contenere i costi operativi complessivi. (9colonne)